I finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Matera hanno dato esecuzione ad un decreto di sequestro preventivo di 11.116,00 euro, quale profitto del reato di peculato, nei confronti di un direttore dei servizi amministrativi scolastici del materano....
Nelle ultime settimane il dibattito sulla responsabilità penale dei minorenni ha riacceso polemiche note: c’è chi si scandalizza all’idea che un ragazzo di 14 anni possa essere chiamato a rispondere pienamente delle proprie azioni. Eppure, a ben guardare, il nostro ordinamento affida ai quattordicenni scelte tutt’altro che marginali già da tempo — basti pensare all’IRC.
Dal 1985, con la revisione del Concordato tra Stato italiano e Santa Sede, l’insegnamento della religione cattolica (IRC) nelle scuole superiori prevede che sia lo studente stesso, al compimento dei 14 anni, a decidere se avvalersene o meno — non più i genitori. È una soglia scelta consapevolmente dal legislatore: a quell’età, si è ritenuto, il ragazzo possiede un discernimento sufficiente per orientarsi autonomamente su una questione che tocca convinzioni personali, valori, identità.
Chi oggi si oppone all’idea che un quattordicenne possa essere ritenuto responsabile delle proprie azioni dovrebbe fare i conti con questa contraddizione: la stessa età che il diritto italiano considera adeguata per una scelta di coscienza tanto delicata viene ora giudicata “troppo acerba” quando si parla di responsabilità per condotte gravi.
Non si tratta di stabilire se la soglia dei 14 anni sia quella giusta in assoluto, ma di chiedere coerenza a chi la difende in un ambito e la contesta nell’altro. Se un ragazzo è ritenuto capace di scegliere se seguire o meno un insegnamento religioso — decisione che incide sulla sua formazione culturale e spirituale — perché non dovrebbe essere altrettanto capace di comprendere la portata delle proprie azioni quando queste ledono altri?
Su questo punto le posizioni restano però lontane. Chi difende un innalzamento delle tutele per i minori ricorda che la capacità di scegliere in un ambito circoscritto — come l’adesione a un’ora di lezione — non è paragonabile alla piena imputabilità penale, che richiede una maturità psicologica e un discernimento del disvalore dell’atto ben più complessi, sostenuti da evidenze neuroscientifiche sullo sviluppo cerebrale ancora incompleto in adolescenza. Altri sottolineano invece che il sistema penale minorile italiano già prevede strumenti di responsabilizzazione progressiva, senza bisogno di equiparare tout court i minori agli adulti.
Il confronto, insomma, resta aperto — ma difficilmente può dirsi risolto invocando solo l’incoerenza altrui.
Nicola Incampo

