“Intensificare i servizi di controllo del territorio, promuovere le misure di vigilanza passiva e implementare i sistemi di videosorveglianza del territorio” è quanto dichiarato dal Prefetto di Matera, Maria Carolina Ippolito, nel corso della riunione del Comitato...
Pubblichiamo il testo dell’omelia che Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo, Vescovo di Cesena-Sàrsina e già Arcivescovo di Matera-Irsina, ha pronunciato nella Cattedrale di Matera durante la concelebrazione eucaristica in occasione del 10° Anniversario della Ordinazione episcopale (Crotone 2 aprile 2016) e dell’ingresso nella Diocesi di Matera-Irsina (Matera 16 aprile 2016):
Eccellenza Rev.ma, carissimo Don Ben, Eccellenza Rev.ma, carissimo Don Salvatore, confratelli sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, consacrati e consacrate, fratelli e sorelle tutti, a voi tutti e a quanti seguite da casa tramite il servizio che come sempre l’emittente televisiva TRM assicura, dico: “Pace a voi”.
E’ lo stesso saluto di Gesù risorto con cui mi sono rivolto ai presenti, tra cui c’erano molti di voi, dieci anni fa, nel palazzetto dello Sport di Crotone, al termine della consacrazione episcopale. Quasi a questa stessa ora, dieci anni fa, incontravo i giovani nel santuario della Madonna di Picciano, ricordo che ancora mi emoziona per l’ondata di affetto da cui fui accolto e sommerso. L’unico mio interesse è stato ed è il vostro bene. In diverse occasioni ho avuto modo di dire che voi giovani non avete bisogno di essere indottrinati ma accompagnati ascoltando la vostra vita senza offrire risposte preconfezionate. L’incontro con Gesù fa cambiare in meglio: è necessario leggere la vostra umanità, che è anche la nostra, per aiutarvi a rileggerla alla luce dell’umanità di Cristo e in tal modo coglierne la divinità.
Ti ringrazio, carissimo Don Ben, perché hai fortemente voluto che oggi fossi qui in mezzo a voi, Chiesa di Matera-Irsina e di Tricarico, che ho amato intensamente e che continuo ad amare perché riempite una parte significativa della mia vita. A voi, carissimi confratelli sacerdoti e diaconi, fedeli tutti, mi sono donato completamente, senza riserve; da voi ho imparato ad ascoltare, servire, condividere, gioire e soffrire, piangere e sorridere; con voi ho camminato, visitando e sostando nelle diverse comunità, entrando nelle vostre case, nei luoghi di sofferenza, e, di contro, vivendo momenti conviviali e di festa.
L’ascolto della Parola proclamata nella prima lettura, ci ricorda che insieme abbiamo cercato di imparare ad uscire dalla reclusione di vecchie e nuove prigionie o meglio schiavitù, per essere testimoni del Risorto. Testimonianza che ha bisogno di essere continuamente in uscita, nei più disparati luoghi e fra gli uomini più disattenti, perché possa essere donata a tutti.
In Cristo siamo liberi e non ci possono essere impedimenti che imprigionino la libertà che viene dalla forza del Vangelo. Sappiamo come a volte si cada in una superficiale religiosità che tenta di incatenare la Parola: per paura, per mancanza di una fede adulta, per la presenza di forme pseudo religiose che spesso non sono espressione di fede. Ecco perché oggi ci viene ricordato che non c’è giorno durante il quale non siamo chiamati ad uscire dalle nostre prigioni: comodità, sistemazione, compromessi inaccettabili per difendere il proprio ruolo a danno degli altri, vizi e amori disordinati o malati, ricerca di felicità che diventa vendita della propria identità.
Tutto questo spesso avviene in nome di una falsa concezione di libertà, tanto osannata, ma che diventa la forma più restrittiva di carcerazione.
Noi cristiani siamo chiamati ad essere, come i discepoli, testimoni del Risorto che, rotolato ogni masso che ci tiene prigionieri in un loculo di morte, ci fa uscire per riempirci della luce che ci avvolge.
Siamo gli atleti di Gesù che, sull’esempio di Maria Maddalena, di Pietro e Giovanni, dei discepoli di Emmaus, corriamo per le strade della nostra terra di Lucania e del mondo intero, liberi per rendere liberi, felici per fare felici, condividendo la storia di ognuno, soprattutto le lacrime, i sospiri soffocati, i gemiti del dolore.
Lo sperimentiamo in questo momento storico così travagliato, che vede guerre aperte su più fronti quali espressione della legge del più forte, di chi ha costruito tutto sul potere, basato sull’ingiustizia, sulla sopraffazione, sull’annientamento della libertà dei popoli. Si aggiunga l’ostentato strapotere di uomini che si sentono padroni della storia, come il Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, che, nel suo delirio di onnipotenza, si è permesso di giudicare l’operato di Papa Leone XIV, “ignorando che il Papa non è una controparte politica, ma il Successore di Pietro, chiamato a servire il Vangelo, la Verità e la Pace” (Presidente Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, Mons. Paul S. Coakley). E come il Papa noi stasera gridiamo: Non abbiamo paura, perché siamo forti e pieni della Parola, che ci rende liberi di mettere al centro della storia i poveri, i migranti respinti, i bambini indifesi, gli emarginati.
Il Vangelo dà fastidio, da sempre. Perché il Dio di Gesù Cristo rompe le catene, apre le porte delle prigioni del cuore, libera le menti offuscate dal male e le riveste dell’intelligenza e dell’amore capaci di recuperare fraternità, comunione, crescita comune, bene per tutti.
Ogni distinzione non viene da Dio.
“Torniamo al gusto del pane. Per una Chiesa eucaristica e sinodale”, ci siamo detti nel 2022 a Matera durante il Congresso Eucaristico Nazionale. L’abbiamo gridato e mostrato all’Italia intera e trasmesso al mondo. Da questa città, questa Chiesa è stata capace di trasmettere all’intera Chiesa e all’umanità di tornare a spezzare il pane della fraternità, l’Eucaristia, simboleggiato dal pane della città dei Sassi, costruita su rapporti di buon vicinato che i nostri padri ci hanno saputo trasmettere.
Un messaggio di gioia che veniva subito dopo il triste tempo della pandemia che tanto dolore ingiusto ha provocato nelle nostre famiglie. Ricordiamo tutte le vittime di quel periodo, in particolare i Padri Benedettini Olivetani Padre Raimondo Schiraldi e Padre Ivo Morsa. Un messaggio di speranza che mettesse fine alla paura e ci facesse ripartire dall’Eucaristia.
Oggi più di ieri, nella nostra bella e meravigliosa terra di Lucania, siamo chiamati ad essere sempre più propositivi, consapevoli che è possibile liberarsi di quelle ataviche schiavitù quali la rassegnazione, il pessimismo che in tanti sfocia nell’immobilismo, la litigiosità politica, che impediscono la cooperazione, il confronto costruttivo, al fine di realizzare il bene comune.
Come cristiani abbiamo la solenne responsabilità di essere portatori, nel rispetto dei ruoli e dei luoghi, di questa speranza: Cristo è risorto!
Nel tempo vissuto tra voi e con voi abbiamo spesso ribadito queste inderogabili prerogative per la crescita della nostra Chiesa e del nostro territorio.
Il Primo Sinodo Diocesano di Matera-Irsina ci ha visti coinvolti in un cammino di riflessione e di discernimento che, sotto tanti aspetti, ha preceduto il cammino sinodale della Chiesa italiana anche nei contenuti.
Nel brano del Vangelo di Giovanni che è stato proclamato, ci viene presentato l’incontro di Gesù con Nicodemo, il primo di tre personaggi che il Maestro e Signore incontra: Nicodemo, la donna samaritana, il funzionario pagano che chiede la guarigione del figlio. Tutti e tre rappresentano mondi culturali e religiosi diversi con i quali Gesù dialoga e illumina. E’ un grande fiume d’amore riversato gratuitamente nel cuore degli uomini. Gesù vive pienamente quest’amore, testimoniandolo fino a morire sul patibolo della croce: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”.
E’ la promozione della verità che è esattamente il contrario di “fare il male” oppure delle “opere attraverso le quali si fa del male”.
Carissimi, possiamo comprendere ogni cosa solo guardando il Crocifisso. Davanti al male presente nel mondo, figlio del peccato, alla sofferenza del dolore innocente, al sangue che bagna la terra, Dio ci invita a guardare Gesù Cristo crocifisso, davanti al quale crolla ogni desiderio di vendetta. Gesù prende su di sé le nostre miserie, le nostre insulse esistenze, così che tutto ciò che ci opprime e ci condanna viene con lui crocifisso. In quest’amore crocifisso l’uomo è chiamato a passare dalle tenebre alla luce. Anche la storia più dura, difficile da accettare, può essere illuminata e accolta.
Infine a tutti voi dico ancora una volta: grazie!
Anche se siamo lontani, l’abbraccio del crocifisso ci stringe insieme sul suo petto; il suo amore infinito e misericordioso dilata il nostro cuore, partorendo vita, pace, fraternità, gioia di vivere. In Cristo siamo e saremo sempre vicini.
Dieci anni fa non conoscevo nessuno, ora mi siete tutti familiari.
Alla Madonna della Bruna ho affidato il mio ministero episcopale anche in terra di Romagna, ora affido al suo cuore di Madre ognuno di voi, in particolare voi sacerdoti e diaconi, e invoco la protezione dei santi Eustachio e Giovanni da Matera, di S. Potito e S. Pancrazio.
Vi abbraccio e benedico, stendendo la mia mano in particolare su voi ammalati o impossibilitati ad essere presenti e che state seguendo la celebrazione da casa.
Così sia

