martedì, 4 Agosto 2026

Un lungo articolo scientifico dal titolo “La pelle che abito e che mi abita. Verso un modello integrativo dell’acne psicosomatica tra storia relazionale, sistema familiare e contesto sociale” è stato pubblicato sulla rivista semestrale online di psicologia e psicoterapia Frattali dalla dottoressa Marinunzia Fanelli, psicologa e psicoterapeuta materana che vive e lavora a Milano.Il contributo nasce dall’esperienza clinica maturata negli anni e da un percorso di ricerca che ha posto al centro il rapporto tra dimensione psicologica, corpo e relazioni. Un’attenzione particolare è dedicata alla pelle, intesa non soltanto come organo biologico, ma come luogo simbolico e relazionale nel quale possono emergere tracce della storia personale e familiare dell’individuo.“Chi mi segue – racconta Marinunzia Fanelli – sa quanto il mondo della pelle sia oggetto di attenzione da anni, dentro e fuori dalla stanza di terapia, anche attraverso una collaborazione sistematica e integrata con altri professionisti, come dermatologi e skin therapist. La pelle è una traccia: il confine tra dentro e fuori, l’archivio silenzioso delle nostre emozioni ed esperienze. È il luogo in cui la fatica può rendersi visibile, una sorta di cartina di tornasole del nostro vissuto”.Da questo intreccio tra clinica e ricerca è nato un articolo che trova nella rivista Frattali una collocazione particolarmente significativa.“Non potevo desiderare casa migliore – sottolinea la psicoterapeuta – perché il frattale è quella struttura che si ripete simile a se stessa a ogni livello di osservazione, proprio come accade nelle relazioni umane: gli stessi schemi possono ritrovarsi nella storia familiare, nei legami attuali e persino nella stanza di terapia”.Nel suo lavoro, Fanelli propone una lettura dell’acne non esclusivamente come manifestazione cutanea, ma come fenomeno complesso nel quale possono intrecciarsi aspetti biologici, psicologici, familiari e sociali. In particolare, l’articolo approfondisce il vissuto di molte giovani donne, per le quali l’acne può rappresentare il segnale di una difficoltà nel processo di costruzione della propria identità e di differenziazione dal sistema familiare di origine.“L’acne può essere letta come la superficie di un sé che fatica a radicarsi – spiega Fanelli – ma il sintomo, spesso, non è una fine: è un seme. Un elemento che chiede di essere ascoltato e compreso nella sua complessità”.La ricerca invita quindi a guardare alla pelle nella sua globalità, considerando ogni frammento della storia individuale come parte essenziale del percorso di cura. Una prospettiva integrata che mette in dialogo psicoterapia, dermatologia e altre competenze professionali, nella convinzione che la persona debba essere accolta nella sua interezza e non soltanto attraverso il sintomo visibile.Il tema dell’acne riveste inoltre una particolare rilevanza sociale. Si tratta infatti di una condizione molto diffusa, soprattutto durante l’adolescenza, una fase della vita nella quale l’immagine corporea contribuisce profondamente alla costruzione dell’autostima e dell’identità personale. Per molte ragazze e ragazzi, le manifestazioni cutanee possono diventare fonte di sofferenza emotiva, isolamento, vergogna e disagio nelle relazioni quotidiane, arrivando in alcuni casi ad avere un impatto fortemente invalidante sulla qualità della vita.Per questo motivo appare sempre più importante promuovere una cultura della cura capace di superare la sola dimensione estetica, riconoscendo l’acne come una condizione che richiede attenzione medica, psicologica e relazionale.L’auspicio è che il percorso avviato possa aprire la strada, in futuro, a programmi di ricerca strutturati e interdisciplinari, in grado di approfondire ulteriormente i molteplici fattori coinvolti nella malattia e contribuire allo sviluppo di approcci terapeutici sempre più efficaci e risolutivi.Perché prendersi cura della pelle significa anche prendersi cura della storia, delle emozioni e delle relazioni della persona che quella pelle abita.

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