Colobraro protagonista domani, sabato 2 maggio, alle 14 in diretta su Rai 1, del programma "Bar Centrale" nel quale Elisa Isoardi commenta l'attualità in compagnia di ospiti in studio e in collegamento da bar e circoli di paese. Si parlerà di "Sogno di una notte a...
C’è una domanda antica quanto l’uomo, ma oggi più attuale che mai: può l’essere umano costruire se stesso e il mondo prescindendo da Dio? Oppure, nel momento in cui recide questo legame, perde qualcosa di essenziale?
Il dibattito non è nuovo, ma alcune tra le più lucide riflessioni della modernità sembrano convergere su un punto decisivo.
Già nell’Ottocento, Fëdor Dostoevskijformulava una delle provocazioni più radicali della storia del pensiero: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”. Una frase spesso citata, talvolta banalizzata, ma che conserva una forza inquietante. Non si tratta semplicemente di affermare che, senza religione, gli uomini diventano automaticamente malvagi. Piuttosto, Dostoevskij mette in luce un problema più profondo: se manca un fondamento ultimo e oggettivo del bene e del male, su cosa si regge la morale?
In una società che si affida esclusivamente alla volontà umana, il rischio è che ciò che è giusto venga deciso di volta in volta dal più forte, dal consenso momentaneo o dall’interesse dominante. La libertà, privata di un orizzonte trascendente, può trasformarsi in arbitrio. Non è la libertà a essere negata, ma il suo significato a diventare fragile.
Nel Novecento, Romano Guardini approfondisce ulteriormente questa intuizione, spostando il discorso dal piano morale a quello esistenziale: “L’uomo è soltanto con Dio e in Dio”. In questa affermazione non c’è soltanto una tesi teologica, ma una visione dell’uomo. L’essere umano non è una realtà chiusa, autosufficiente, completa in sé stessa. È, per sua natura, apertura: agli altri, al mondo, e, in ultima istanza, a ciò che lo trascende.
Secondo Guardini, è proprio questo rapporto con il trascendente a rendere l’uomo pienamente uomo. Senza di esso, non scompare la sua esistenza biologica o sociale, ma si indebolisce il senso della sua dignità e del suo destino. L’uomo rischia di ridursi a funzione, a ingranaggio, a individuo tra individui, senza un significato che vada oltre l’immediato.
Henri de Lubac, infine, offre una prospettiva storica e quasi profetica: “Non è vero che l’uomo non può organizzare la terra senza Dio. Ciò che è vero è che, senza Dio, può solo organizzarla contro l’uomo”. Qui il punto è decisivo. L’uomo è perfettamente capace di costruire sistemi politici, economici e sociali anche senza riferimento a Dio. La questione non è la capacità, ma la direzione.
La storia del Novecento sembra confermare questa intuizione. Le grandi ideologie che hanno cercato di edificare un mondo nuovo, spesso escludendo o negando ogni dimensione trascendente, hanno prodotto in molti casi esiti drammatici. I totalitarismi, le persecuzioni, i genocidi non sono stati semplici errori di percorso, ma il risultato di visioni dell’uomo ridotte e distorte, in cui la persona veniva subordinata a un’idea assolutizzata: lo Stato, la razza, la classe, il progresso.
Le guerre e i crimini contro l’umanità diventano così non solo tragedie storiche, ma anche segnali di un problema più profondo. Quando l’uomo si pone come misura unica e ultima di tutte le cose, senza riconoscere nulla al di sopra di sé, finisce per creare idoli. E questi idoli, inevitabilmente, chiedono sacrifici. Spesso, il sacrificio dell’uomo stesso.
Questo non significa attribuire ogni violenza all’assenza di Dio, né ignorare che anche in nome della religione siano stati commessi errori e atrocità. La storia è complessa e non si lascia ridurre a schemi semplici. Tuttavia, resta aperta una questione fondamentale: quale fondamento può garantire in modo stabile e universale la dignità dell’uomo?
Se la dignità è soltanto una costruzione umana, può essere modificata, limitata o negata. Se invece ha un fondamento trascendente, allora diventa indisponibile, non negoziabile, non sacrificabile. In questo senso, il riferimento a Dio non appare come un limite imposto alla libertà, ma come una condizione che la protegge e la orienta.
Dire che “l’uomo è uomo soltanto con Dio” non significa escludere o sminuire chi non crede. Piuttosto, è un’affermazione che riguarda la struttura profonda dell’umano. Suggerisce che l’uomo trova la sua pienezza non chiudendosi in sé stesso, ma aprendosi a qualcosa di più grande. Non è una diminuzione, ma un compimento.
Oggi, in un’epoca segnata da straordinari progressi scientifici e tecnologici, questa riflessione acquista un’urgenza nuova. L’uomo dispone di strumenti sempre più potenti: può intervenire sulla vita, sull’ambiente, persino sui propri limiti biologici. Ma la domanda decisiva resta: tutto ciò che è possibile è anche giusto?
Senza un criterio che vada oltre l’efficienza, l’utilità o il consenso, il rischio è che il progresso si trasformi in una forza cieca. Non basta chiedersi se possiamo fare qualcosa; dobbiamo chiederci se ciò che facciamo costruisce davvero l’uomo o, al contrario, lo impoverisce.
In questo scenario, le parole di Dostoevskij, Guardini e de Lubac non appaiono come reliquie del passato, ma come provocazioni vive. Esse invitano a interrogarsi sul fondamento della libertà, sul senso dell’esistenza e sulla direzione della storia.
Forse, la vera posta in gioco non è semplicemente l’esistenza o meno di Dio, ma l’immagine di uomo che vogliamo costruire. Un uomo chiuso in sé stesso, misura di tutto e quindi esposto a ogni deriva, oppure un uomo aperto al trascendente, capace di riconoscere limiti e dignità, propria e altrui.
È in questa scelta, silenziosa ma decisiva, che si gioca il futuro dell’umanità.
Nicola Incampo

