È una dimensione onirica e fiabesca quella che fino al 17 dicembre accoglierà quanti visiteranno nella sede Unitep di Matera in via Cappelluti 46 “Colori del sogno”, la mostra personale dei dipinti della professoressa Rosanna Pirone. Circa quaranta opere dai colori...
“La fede non è creta da modellare che può essere plasmata in un modo o in un altro, a seconda dello spirito dei tempi e delle circostanze del momento” ha affermato Mons. Gänswein.
In un contesto culturale segnato da trasformazioni rapidissime, dove i valori mutano con la stessa velocità dei linguaggi e delle tecnologie, la questione dell’identità della fede torna prepotentemente al centro della discussione ecclesiale. Le parole: «La fede non è creta da modellare che può essere plasmata in un modo o in un altro, a seconda dello spirito dei tempi e delle circostanze del momento» non rappresentano solo un ammonimento, ma un vero e proprio manifesto teologico e pastorale.
Esse contengono infatti una domanda fondamentale: fino a che punto è possibile — o opportuno — adattare la fede ai cambiamenti culturali?
E soprattutto: che cosa rimane della fede quando essa viene modellata per risultare più gradevole, più semplice, più al passo con i tempi?
La metafora della creta è potente. In un’epoca in cui identità, relazioni e persino valori sembrano spesso soggetti a modifiche continue, la fede cristiana viene riproposta come realtà non plasmabile a piacimento. Non perché rigida o insensibile alla storia, bensì perché radicata in un fondamento che non muta: il Vangelo. L’idea che la fede debba rispondere alle esigenze dell’epoca non è nuova, ma negli ultimi decenni ha assunto un’intensità particolare. Le pressioni culturali — dall’individualismo ai nuovi modelli etici, dalla comunicazione digitale alla globalizzazione — spingono le comunità credenti a interrogarsi sulla propria capacità di restare comprensibili e rilevanti. Tuttavia, il rischio segnalato da molti pastori e teologi è che questa tensione degeneri in una sorta di “flessibilità identitaria” che finisce per snaturare il messaggio evangelico.
La seconda citazione rafforza questo allarme: «Una fede ridotta, annacquata non ha efficacia. La misura della predicazione è il Vangelo, è Gesù Cristo stesso».
Il richiamo è diretto: una fede diluita non convince, non sostiene e non trasforma.
In un mondo spesso saturo di slogan motivazionali, di spiritualità fai-da-te e di narrazioni psicologiche semplificate, il cristianesimo rischia di essere percepito — o presentato — come uno tra i tanti discorsi di conforto, perdendo così la forza rivoluzionaria che gli è propria.
La storia del cristianesimo mostra invece che il Vangelo ha trovato la sua maggiore efficacia non quando è stato addolcito, ma quando è stato annunciato nella sua radicalità: un messaggio che esige, interpella, cambia, orienta. Molti osservatori sottolineano come, paradossalmente, siano proprio i giovani a essere più attratti da esperienze di autenticità radicale e meno da proposte annacquate. Ciò suggerisce che la coerenza, più che l’adattamento, potrebbe essere la chiave per parlare alle nuove generazioni.
Questo non implica chiusura, immobilismo o nostalgia. Nella storia della Chiesa la capacità di tradurre il Vangelo nei linguaggi del proprio tempo è stata essenziale. Ma tradurre non è sinonimo di trasformare. La questione di fondo non è se la Chiesa debba rinnovare i propri modi di comunicare — cosa non solo necessaria ma inevitabile — bensì se debba cambiare il contenuto del suo annuncio. Ed è proprio su questo crinale che si colloca il dibattito contemporaneo. Da una parte vi è chi ritiene che un’eccessiva rigidità rischi di rendere la fede incomprensibile a una società pluralista. Dall’altra, chi teme che, inseguendo la desiderabilità sociale, si perda di vista ciò che rende il cristianesimo unico: la figura di Gesù Cristo, il suo insegnamento, la sua promessa.
Le due citazioni costituiscono dunque un invito a riscoprire l’essenziale. In un tempo di incertezza diffusa — sociale, economica, culturale — la fede può svolgere un ruolo significativo solo se rimane punto fermo. Una fede solida non per chiusura, ma per fedeltà. Non inflessibile, ma integra. Il messaggio è rivolto alla predicazione, alla catechesi, alle comunità, ma anche ai singoli credenti: ritornare al centro, che non è un’idea, ma una persona — Gesù Cristo. Ed è proprio questa centralità a rappresentare la “misura” con cui valutare ogni scelta pastorale, ogni innovazione comunicativa, ogni tentativo di dialogo con la cultura. La tensione tra identità e dialogo, tradizione e innovazione, radicalità e accoglienza continuerà a segnare il cammino delle Chiese. Tuttavia, l’appello alla coerenza del Vangelo potrebbe diventare una bussola preziosa.
In un mondo che cambia, ciò che resta autentico acquista valore. E forse, proprio in questa autenticità non negoziabile, si nasconde la chiave per rendere la fede nuovamente credibile, incisiva e capace di parlare al cuore dell’uomo contemporaneo.
Nicola Incampo

