martedì, 12 Maggio 2026

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Quando a scuola un alunno diceva di non aver fatto “una cosa”, raccontavo sempre questa parabola giudaica.

“L’angelo Gabriele fu mandato da Dio per far dono della vita eterna a chi avesse un momento di tempo per riceverlo.

Ma l’angelo tornò indietro e disse: Avevano tutti un piede nel passato e uno nel futuro.

Non ho trovato nessuno che avesse tempo”.

È proprio così!

Gli uomini non amano l’oggi, l’stante da colmare e assaporare, il presente da valorizzare.

È come se tutti siano protesi verso un futuro da sogno.

Tutti sono curvi su un passato che è stato già calpestato.

Il futuro genera frenesia, genera insoddisfazione e genera illusione.

E per essere ancora più incisivo raccontavo una storia di Ba’al Shem Tov.

Ba’al Shem Tov è stato un rabbino ed un mistico.

Noto anche con il soprannome di Besht, per la sua reputazione di guaritore itinerante.

Conosciuto principalmente tra gli ebrei religiosi come il santo BaalShe o più comunemente Baʿal Shem Ṭov.

L’appellativo attribuito a Ben Eliezer viene solitamente tradotto come Maestro del Buon Nome.

Le poche notizie biografiche del Besht sono così intrecciate a leggende e miracoli che in molti casi è difficile estrapolarne fatti storici. 

Tuttavia, si ritiene che i suoi genitori fossero poveri – gente retta, onesta e pia. Quando Israel rimase orfano, la sua comunità si prese cura di lui.

A scuola, si distinse solo per le sue frequenti sparizioni, ritrovandolo poi, sempre nei boschi che circondavano il luogo, mentre vagava tra le montagne dei Carpazi, godendone estaticamente della sua bellezza.

Grazie alla sua provata onestà e conoscenza della natura umana, venne scelto come arbitro  e mediatore  in cause giuridiche, e le sue prestazioni furono spesso portate in requisizione poiché gli ebrei avevano il loro propri tribunali civili in Polonia.

La storia che raccontavo è la seguente.

 “Un giorno lo spirito di Ba’al Shem To era abbattuto perché gli sembrava di non riuscire a raggiungere il mondo futuro. Allora si fermò, si mise a riflettere ed esclamò: Se amo Dio, che bisogno ho di un mondo futuro?”.

Infatti aveva imparato che il futuro germoglia già nel presente, il futuro è già seminato nelle nostre azioni e nel nostro quotidiano.

Riflettete: ci invita ad avere tempo, cioè a possederlo e non ad essere posseduti.

Ecco perché dobbiamo spesso pregare con le parole del Salmista: “Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore”.

Nicola Incampo

Responsabile della CEB per l’IRC e per la pastorale scolastica

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