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Avevo sette anni quando ho fatto la mia Prima Comunione. Era una di quelle mattine in cui tutto sembrava avere un significato: la luce che filtrava dalle vetrate, il profumo dei fiori sull’altare, il suono delle campane che scandiva l’inizio della cerimonia. Per i bambini del catechismo era un giorno atteso da mesi, un traguardo che ci faceva sentire grandi e importanti.
La nostra catechista, una donna dal sorriso gentile e dagli occhi sempre lucidi di emozione, ci aveva preparati con pazienza. Ci parlava di fede, di amore, di sacrificio — parole che allora non comprendevamo fino in fondo. Ma ogni tanto, tra una lezione e l’altra, riusciva a regalarci immagini che restavano impresse, come piccoli semi piantati nelle nostre menti di bambini.
Una di quelle immagini non mi ha mai abbandonato. Ricordo che, indicando il crocifisso appeso alla parete dell’aula, ci disse: «Quando guardate il crocifisso, non vedetelo solo come un uomo crocifisso. Guardatelo come un abbraccio: una mano che accoglie tutto il mondo, e l’altra che si tende verso Dio».
All’inizio non capii del tutto cosa volesse dire. Ma quell’immagine di braccia spalancate — una verso il cielo, l’altra verso la terra — divenne presto per me una specie di chiave di lettura del mistero della fede.
L’abbraccio che unisce.
Il crocifisso, da quel giorno, non fu più un simbolo di dolore, ma di legame. Rappresentava la tensione continua tra due realtà: l’umano e il divino, la fragilità e la speranza, la vita che soffre e quella che redime. Era, in un certo senso, un ponte fatto di carne e amore.
Nella semplicità di quella spiegazione, la catechista ci aveva insegnato qualcosa di profondo: che la fede non si impone, ma si accoglie. Che Dio, per chi crede, non guarda dall’alto, ma abbraccia dal centro del mondo. E che ogni volta che alziamo gli occhi verso il crocifisso, possiamo scegliere se vedere la croce come un peso o come un gesto di tenerezza.
Col tempo ho capito che quell’immagine può parlare a chiunque, anche a chi non è credente. Perché l’abbraccio del crocifisso è anche un richiamo umano, universale: ognuno di noi, in un modo o nell’altro, vive sospeso tra la voglia di appartenere al mondo e il bisogno di cercare qualcosa di più grande.
La memoria come fede
Ripensando a quel giorno, mi rendo conto che i ricordi della prima comunione non appartengono solo all’infanzia, ma a un tempo in cui la vita era tutta da scoprire. C’era la curiosità, la fiducia, la disponibilità ad accogliere. Forse la fede nasce proprio così: da un atto di curiosità che diventa confidenza.
Oggi le chiese sono più vuote, le catechiste meno numerose, e i bambini più distratti. Ma quella frase – «una mano che abbraccia tutto il mondo e l’altra che abbraccia Dio» – resta un piccolo insegnamento che attraversa le generazioni. È un modo semplice per ricordarci che in ogni gesto di amore autentico, in ogni riconciliazione sincera, si realizza quel doppio abbraccio tra la terra e il cielo.
Nicola Incampo

