giovedì, 2 Luglio 2026

Carissimi materani,

abbiamo ascoltato nella prima lettura questo inno di esultanza: «Gioisci, esulta grandemente, perché il Signore è in mezzo a te». È questo che celebriamo oggi, in maniera ancora più significativa rispetto a tutto l’anno: la gioia e il dono del Signore che è in mezzo a noi e che ci viene attraverso Maria.

La gioia di questa mattina, con questa celebrazione e con la successiva Processione, quella che viene chiamata “dei Pastori”, è un appuntamento nel quale possiamo tutti metterci in cammino. Più che un cammino esterno, che faremo oggi in questo giorno così lungo di festa, è un cammino interiore dentro ciascuno di noi.

È una grande gioia trovarci tutti insieme e iniziare all’alba questa nostra lunghissima giornata della festa della Madonna della Bruna.

Il Vangelo ci parla direttamente della Visitazione che Maria compie verso sua cugina Elisabetta. Ci viene raccontato l’incontro tra una donna avanti negli anni e una ragazza, accomunate entrambe dall’essere portatrici di vita, entrambe visitate dal Signore. Ci viene raccontato anche il loro dialogo e, della Parola che abbiamo ascoltato, vorrei sottolineare tre parole: attesa, benedetta e umiltà.

Attesa

Elisabetta ha aspettato per tutta la vita un figlio e solo quando ormai forse non ci sperava più rimane incinta. Non solo: porta nel grembo un bimbo che sarà il precursore del Messia.

Ora sta vivendo una seconda attesa, sulla soglia della sua casa. Attende e accoglie sua cugina Maria, che riconosce come portatrice del dono più grande di Dio, cioè dello stesso Signore.

Lei non aveva perso la speranza in Dio, non aveva mai smesso di credere che il Signore non si fosse dimenticato di lei. Eppure è piena di stupore quando vede compiersi tutto questo.

Vedete, la fede nasce solo quando c’è l’attesa. Se Dio non lo attendiamo più, se non lo invochiamo con il cuore segnato dalla mancanza, difficilmente lo potremo incontrare.

Quando c’è qualcuno che attendiamo, arriva anche l’atteso.

Lo dicevo anche ieri sera: se nel nostro cuore avvertiamo un vuoto, un desiderio di pienezza, se sperimentiamo una mancanza, carissimi, non scoraggiamoci. È proprio il segno che il nostro cuore ha bisogno del Signore.

Invochiamolo, apriamogli il cuore, chiediamo che venga a visitarci, che si manifesti in noi, e vedrete che Lui non si farà attendere.

Lo dico soprattutto a coloro che sono in ricerca spirituale: se sentite un vuoto nel cuore, una mancanza, apritevi al Signore. Vedrete che Lui viene.

Il nostro cuore è come una porta che ha la maniglia solo dall’interno: non si apre dall’esterno. Ci vuole la nostra attesa e allora arriva anche l’Atteso.

Benedetta

Elisabetta riconosce subito in Maria la presenza di Dio e vede immediatamente l’opera del Signore in lei.

Volendo, avrebbe potuto facilmente lasciarsi prendere dal confronto: «Tu, giovane cugina, porti nel grembo il Messia, mentre io porto soltanto il suo precursore». Invece coglie la grandezza dell’opera di Dio e la benedice.

Per questo dice: «Beata te che hai creduto!». Dice bene di lei, perché è stata visitata da Dio.

Carissimi, l’atteggiamento di Elisabetta ci porta oggi a chiederci quanto siamo capaci di riconoscere negli altri i doni di Dio, di esserne contenti, di lodare e benedire il Signore per le cose belle che accadono nella vita degli altri.

Viviamo in un tempo in cui facilmente sottolineiamo ciò che non va, mettiamo in evidenza il negativo e non riusciamo più a gioire del bene e del bello presente nell’altro, come se fossimo continuamente prigionieri del rancore, dell’invidia e del confronto.

Elisabetta ci insegna ad avere uno sguardo limpido sugli altri, ad accogliere il bello e il buono che c’è in loro.

C’è vita a sufficienza per gli altri e per me. C’è grazia di Dio in abbondanza per gli altri e per me. C’è amore di Dio a sufficienza per gli altri e per me.

Benediciamo gli altri. Abbiamo un cuore contento che sa gioire del bene degli altri.

Mi permetto di dire: non indurirti davanti al bene, non vedere soltanto il male. Non cedere alla tentazione che separa le persone, non chiuderti, non voltarti dall’altra parte davanti alla diversità. Non cedere alla tentazione di considerare gli altri come ostili.

Non cediamo alle logiche manipolatorie che dividono l’unica famiglia umana. Diciamo bene degli altri, ogni giorno.

Umiltà

Maria, ascoltando le parole così belle di sua cugina, rimane con i piedi per terra.

Alle parole di elogio — «Benedetta tu fra le donne, benedetto il frutto del tuo grembo. Tu sei la madre del mio Signore. Beata te che hai creduto» — risponde con parole che esaltano Dio: «L’anima mia magnifica il Signore… ha guardato l’umiltà della sua serva.»

Maria è piena di gratitudine per l’opera di Dio in lei e non si attribuisce che un solo merito: essere stata guardata dal Signore.

«Lui mi ha guardata», dice. «Ha chinato il suo sguardo su di me, ha guardato la mia umiltà.»

Badate bene: qui la parola umiltà ha un significato molto preciso. Non è che Maria stia dicendo: «Io sono umile». Piuttosto sta dicendo: «Io sono così piccola e Lui è così grande. Io sono poca cosa, eppure il Signore, nella sua grandezza, ha voluto guardare proprio me.»

Per questo lo loda e lo esalta.

Maria ha piena consapevolezza della propria piccolezza e proprio per questo vive totalmente dell’opera di Dio.

Questa è l’umiltà di Maria ed è la stessa che oggi siamo invitati a vivere.

Che cosa siamo noi senza il Signore? Chi saremmo se Lui non ci avesse pensati da sempre, creati, redenti e adottati come figli? Che cosa potremmo fare da soli senza di Lui?

L’umiltà è la consapevolezza dei nostri limiti, ma di limiti amati e abbracciati dal Signore e dal suo amore, che continua a ripeterci parole di fiducia e di amore, vedendo in noi possibilità di bene e desiderando realizzare grandi cose.

Più siamo consapevoli di essere piccoli, più ci sono le condizioni perché il Signore possa coinvolgerci nella sua opera d’amore verso gli altri.

Carissimi ragazzi, giovani soprattutto, siete qui, siete in tanti.

Permettetemi di concludere con un appello.

Non cercate soltanto la grandezza. Non affidatevi solo alle vostre capacità. Non entrate nel vortice di dover dimostrare tutto a tutti.

Il Signore vi guarda e vi ama per come siete. Vi ha creati Lui così come siete e siete già una meraviglia.

Accogliete questa verità della vostra vita, anche quando vi sembra piccolezza. Il Signore può compiere grandi opere in voi e attraverso di voi, come ha fatto in Maria.

Chiediamo a Maria di donarci la docilità alla Parola del Signore e la capacità di affidarci a Dio senza riserve, affinché Lui possa portare avanti la sua opera in noi, al servizio degli altri.

Più una vita è spesa nella semplicità a favore degli altri, più è grande agli occhi di Dio.

Maria, Madonna della Bruna, noi siamo come i pastori, come i nostri padri, che hanno vissuto nella semplicità e nell’umiltà della vita, dedicandosi a vivere con dignità.

Madonna della Bruna, aiutaci a imitarti, a non cercare i primi posti, a dire il nostro «sì» nella vita, come hanno fatto i nostri padri, spendendo l’esistenza nella dignità, nell’onestà, nel servizio e nell’amore verso Dio. Amen.

Omelia di mons. Benoni Ambarus nel Pontificale della Festa di Maria Santissima della Bruna

Gentile presidente, Eccellenza, egregio sindaco, gentili autorità civili e militari, carissimi sacerdoti, caro popolo di Dio, siamo arrivati alla festa della Bruna e siamo nel cuore della festa della Bruna.
Ci stiamo preparando da tanto tempo, lo dicevo anche questa mattina, per questa nostra celebrazione. Abbiamo vissuto, come Chiesa, tantissimi momenti di preparazione, momenti spirituali, momenti di incontro, di riflessione, riunioni, organizzazioni.
E oggi ci siamo. È un culmine, un trionfo, se volete: non della gloria della religione né di chissà che cosa, ma il culmine dell’esaltare l’opera di Dio in mezzo a noi.
La Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci invita proprio alla gioia. Nella prima lettura abbiamo sentito: «Gioisci, figlia di Sion, perché il Signore è in mezzo a te». Gioisci perché Lui è in mezzo a te.
Noi, che spesso, soprattutto in questa nostra epoca, sentiamo stringersi il cuore per la paura, oggi siamo invitati a gioire, perché il Signore è in mezzo a noi, non ci ha abbandonati.
Abbiamo ascoltato nella Parola di Dio la scena della Visitazione del Signore, esplicitata attraverso l’incontro tra le due donne: Elisabetta, che porta Giovanni nel grembo, e Maria, che porta il Signore Gesù nel grembo.
Abbiamo ascoltato come nasce un dialogo tra di loro, nel quale prevale anzitutto l’atteggiamento della benedizione. È questa la prima parola che vorrei sottolineare.
Elisabetta riconosce subito in Maria l’opera di Dio e vede in lei la serva che ha detto di sì al suo Signore. Anche se avrebbe potuto facilmente nascere un confronto tra loro due, ciò che fa Elisabetta è cogliere l’opera di Dio nella sua cugina, dire bene di lei, riempirla, se volete, di complimenti, dicendole: «Beata te che hai creduto, sei stata visitata da Dio».
Carissimi, è proprio questo il primo atteggiamento che vorrei sottolineare: Elisabetta ci insegna e ci invita quasi a misurarci sulla nostra capacità di riconoscere negli altri, anzitutto, i doni di Dio e di esserne contenti. Ci invita a lodare e benedire Dio per le opere belle e buone che vediamo negli altri.
In questo nostro tempo, infatti, cogliamo con estrema facilità il negativo negli altri e sottolineiamo ciò che non va, senza riuscire a gioire del bene e del buono presente nell’altro.
Elisabetta ci dice: metti da parte qualsiasi atteggiamento rancoroso o invidioso e contempla le opere di Dio nell’altro e negli altri.
Ci insegna questo sguardo trasparente, quasi a dire: guarda, c’è vita a sufficienza per tutti, c’è amore per tutti. L’amore non è una questione di quantità, ma di qualità. L’amore di Dio ce n’è per tutti.
È inutile misurarsi costantemente con gli altri per vedere se hanno avuto più o meno di noi. È inutile confrontarsi per capire se Dio abbia dato di più o di meno a noi rispetto agli altri.
Lo dice anche la seconda lettura che abbiamo ascoltato: «Gareggiate nello stimarvi a vicenda, benedite e non maledite, dite bene e non dite male. Piangete con quelli che sono nel pianto, gioite con quelli che gioiscono».
Non cediamo, per favore, alle logiche manipolatorie che dividono l’unica famiglia umana. Non abbiamo il lusso di dividerci più.
Maria, di fronte a tutti questi complimenti della cugina Elisabetta, rimane con i piedi per terra.
Sentirsi dire: «Benedetta fra le donne, benedetto il frutto del tuo grembo, sei la madre del mio Signore, beata colei che ha creduto…». E come risponde Maria?
«L’anima mia magnifica il Signore, perché Lui ha guardato l’umiltà della sua serva».
Maria risponde con una lettura personale, piena di meraviglia e di gratitudine per l’opera di Dio in lei, senza attribuirsi altro merito se non quello di aver detto il suo sì.
Il Signore mi ha guardata. Non ho fatto niente. Io ho detto il mio sì; Lui mi ha guardato, ha chinato il suo sguardo su di me e sulla mia umiltà.
Attenzione: la parola “umiltà”, qui utilizzata da Maria, ha un significato ben preciso. Vuol dire: io sono così piccola e Lui è così grande; io so fare così poco e Lui compie grandi cose.
In me c’è piccolezza, pochezza, e nonostante questo il Signore mi ha guardata. Per questo io lo lodo e lo esalto.
Vedete, questa è l’umiltà di Maria, ed è la stessa che oggi siamo invitati a cogliere nella nostra esistenza personale.
Ma cosa siamo senza il Signore? Che cosa sapremmo fare senza di Lui? Chi saremmo se il Signore non si chinasse su ciascuno di noi?
L’umiltà non è dire: «Io sono umile, però è bene che si sappia». L’umiltà è la consapevolezza dei nostri limiti e, insieme, la certezza di essere stati abbracciati dal Signore e dal suo amore, che ci reputa degni di fiducia, degni di stima, perché ci ha creati Lui.
Più siamo consapevoli di essere piccoli, più ci sono le condizioni perché il Signore si serva di noi. Così noi non oscuriamo l’opera di Dio, ma la favoriamo.
L’umiltà è proprio questo: favorire qualcuno che non sei tu, mettere in primo piano un Altro.
Scendere fino al livello più basso, come l’acqua che non si ferma finché non trova il punto più basso e proprio da lì fa germogliare la vita.
Questa è l’umiltà di Maria.
C’è poi un altro aspetto che Maria celebra nel Magnificat: l’azione sorprendente di Dio nella storia.
Il Magnificat è un inno di lode alla grandezza dell’opera di Dio, che tende a rovesciare il corso delle cose.
Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Coloro che sono troppo pieni di sé il Signore tende a svuotarli; coloro che sono vuoti di sé e della propria vanagloria il Signore tende a riempirli della sua grazia.
È questo che Dio vuole fare in noi: far nascere Cristo nel mondo. Ma Cristo può nascere solo dove c’è spazio, dove c’è il vuoto. Dove siamo troppo pieni di noi stessi, l’opera di Dio non è altrettanto feconda.
Il Magnificat, che durante la novena abbiamo cantato tante volte, è un grido forte.
Ma tu ti sei già rassegnato a questo modo di essere del mondo, dove i potenti sono sempre i più presenti, dove sembra che nulla cambi mai e gli oppressi rimangano sempre nell’ombra?
Oppure sei anche tu, sulle orme del Vangelo e sulla scia luminosa dell’Incarnazione, disponibile a cambiare il corso delle cose?
Qui siamo tutti: sacerdoti, consacrati, consacrate, amministratori, battezzati. Tutti, in virtù del nostro Battesimo, siamo sacerdoti, re e profeti.
Tutti diciamo di essere discepoli del Signore, che vuole trasformare questo mondo e renderlo sempre più simile al suo Regno, dove ci sono gioia, pace, giustizia, bontà e misericordia.
Tutti noi, per missione e per vocazione, diciamo di voler fare questo: non dimenticare gli umili, ricolmare di beni gli affamati, cambiare l’ordine delle cose.
Non è una rivoluzione di guerra; è la rivoluzione dell’amore.
Maria canta proprio questo: «Io ero poca cosa nelle mani del Signore, ma il Signore mi ha chiesto il mio aiuto e io ho detto di sì. Farò tutto quello che posso affinché Dio splenda nel mondo».
Allora oggi, carissimi, celebrando la festa di Maria, Madonna della Bruna, la sua Visitazione in mezzo a noi che ci porta il Signore Gesù, da una parte vi invito a gioire e ad esprimere la nostra gratitudine al Signore, perché è venuto a visitarci attraverso la sua Mamma, la Madonna della Bruna.
Dall’altra parte, per favore, incamminiamoci sulle orme di Maria, in questo Magnificat che esalta l’opera di Dio ed è un’opera di rovesciamento dell’ordine delle cose a favore dei più piccoli, dei sofferenti, dei diseredati e degli umiliati.
Perché una malattia non è forse un’umiliazione? Una disabilità non significa forse, tante volte, lottare per tutta la vita per trovare un senso alla propria esistenza?
La solitudine degli anziani, la povertà materiale e relazionale, il desiderio di ricostruirsi una vita, i drammi della guerra e delle carestie che costringono tanta gente a cercare un’altra vita: non sono forse tutte forme di umiliazione che il Signore vuole cambiare?
E non può farlo senza di noi.
Celebriamo allora la festa di Maria della Visitazione e chiediamo a Lei di lasciarci coinvolgere ed entusiasmare il cuore in questo percorso di concreta realizzazione del Magnificat.
Amen

In copertina Mons. Ambarus (TRM Network)

Pubblicità
Pubblicità
Copy link