mercoledì, 28 Ottobre 2026

Passaporti: nuove modalità di pagamento per il rilascio del documento

A partire dal 27 ottobre 2026, sono state introdotte nuove modalità per il pagamento previsto per il rilascio del passaporto ordinario. Le nuove modalità consentono ai cittadini di effettuare il pagamento attraverso diversi canali, rendendo più semplice e accessibile...

Pubblichiamo la risposta del prof. Nicola Incampo all’articolo di ADISTA.it “Perché l’attuale modello non funziona” https://www.adista.it/articolo/76524?fbclid=IwY2xjawVOtlxleHRuA2FlbQIxMQBwZG9mBXNydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR4XrxwOwketRYgiPspgtDnyDc5kaa9B2XFAjdgwhfFJYWlJ_BQYtPRVJ7TnTw_aem_a6ZJbfxD1UJf9m8TdE6iq

L’articolo parte da due constatazioni che condivido: l’interesse per la religione non è diminuito, e gli insegnanti di religione sono professionisti vivaci e sperimentatori. Ne traggo però una conclusione opposta. Se il fatto religioso è così presente nella sfera pubblica, e chi insegna è competente e motivato, allora l’IRC non è un modello in crisi ma una risorsa da valorizzare. Il problema non è l’impianto, ma al massimo ciò che si può fare per sostenerlo. Si può discutere a lungo sulle motivazioni di chi si avvale, ma resta un fatto: ogni anno, a ogni iscrizione, la stragrande maggioranza delle famiglie sceglie liberamente un insegnamento che potrebbe evitare. Nessuno lo impone. Attribuire questa continuità solo alla comodità o alla mancanza di alternative è un’ipotesi, non una dimostrazione. Con altrettanta plausibilità si può pensare che studenti e famiglie riconoscano all’ora di religione un valore: è uno dei pochi spazi della settimana in cui si parla di senso, di valori, di domande grandi e di attualità, senza l’ansia del voto. In un curricolo affollato non è poco. L’articolo vede una tensione tra il riconoscimento culturale della religione e la facoltatività dell’insegnamento. Io ci vedo piuttosto il punto di equilibrio che rende l’IRC compatibile con una scuola laica: lo Stato offre, la persona sceglie, la libertà di coscienza è tutelata. Un insegnamento scelto consapevolmente crea un clima di partecipazione che molte discipline obbligatorie invidiano. E la presenza di alternative, con tutte le difficoltà organizzative che comportano, è il prezzo ragionevole di un sistema che prende sul serio il pluralismo. È vero che l’IRC non ha l’esame finale e una valutazione identica alle altre materie. Ma è altrettanto vero che questo non ne ha impedito la crescita professionale: laboratori, didattica per competenze, lavoro sulle fonti, dialogo interreligioso, progetti con altre discipline. Gli studenti stessi, come riconosce l’articolo, ne apprezzano il valore. Il rischio della “spirale al ribasso” esiste, ma si contrasta con ciò che molti docenti già fanno: programmare, verificare, chiedere. Il rimedio è rafforzare questa serietà, non dedurne l’inutilità. Si dice che separare la classe in quell’ora trasmetta l’idea della religione come fattore di divisione. Ma le differenze di convinzione esistono comunque, dentro e fuori la scuola. Una scuola che le ignorasse non le farebbe sparire, le renderebbe solo meno discutibili. L’IRC è aperto a credenti, non credenti e appartenenti ad altre tradizioni, e in molte classi diventa proprio il luogo in cui quelle differenze si dichiarano e si confrontano a viso aperto. Dove accade, l’ora di religione non divide: è l’unica che dà un nome alle differenze. Ogni disciplina ha un punto di osservazione e dei metodi. Studiare una tradizione dall’interno, con rigore, e da lì aprirsi alle altre è un approccio legittimo, e per molti ragazzi più efficace di una panoramica neutra e distante, che rischia di restare un elenco di nozioni. Conoscere bene una religione educa a capire che cosa significhi, per una persona, credere, e rende più capaci di comprendere anche le altre. Inoltre il cattolicesimo ha plasmato in profondità l’arte, la lingua, il diritto e la letteratura italiani: conoscerlo è condizione per capire il Paese in cui si vive. Non credo che siano alternative. Un docente che conosce a fondo ciò che insegna e lo vive con onestà intellettuale è spesso più credibile, non meno. Può promuovere conoscenze e competenze verificabili e, al tempo stesso, dichiarare apertamente da dove parla, lasciando gli studenti liberi di pensarla diversamente. Questa trasparenza è una forma di correttezza che a molte discipline manca. Semmai, una definizione più chiara del ruolo aiuterebbe, e il lavoro in corso su Indicazioni e formazione va in questa direzione. Il fenomeno è reale, ma attribuirlo all’IRC è un salto logico. Pesano la famiglia, i media, la secolarizzazione, la scarsa lettura. Un insegnamento di un’ora a settimana non può portare da solo il peso di un problema così ampio, né è giusto misurarlo solo su quel metro. Piuttosto, vale la pena chiedersi che cosa sarebbe la situazione senza di esso. Se si vuole migliorare, la strada più realistica è consolidare ciò che già funziona: formazione continua dei docenti, programmi e verifiche più chiari, raccordo con le altre materie, maggiore apertura alle altre tradizioni. È un percorso che l’IRC sta già facendo, come mostra la Nota della CEI parlando di “laboratorio di cultura e dialogo”. I critici replicano che questi argomenti non sciolgono il nodo di fondo: facoltatività, separazione degli studenti e prospettiva confessionale restano, e propongono un insegnamento storico-culturale di tutte le religioni, uguale per tutti. È una proposta seria, e il dibattito vero è lì. Ma chi difende l’IRC attuale può rispondere che oggi esiste, funziona e ha una storia di risultati, mentre il modello alternativo è ancora da costruire, con costi, tempi e incognite non trascurabili.

Nicola Incampo

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