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“Anna Maria con questo traguardo” ha esordito la presidente regionale Fidas Isabella Cammarota “ rappresenta tantissime donatrici sul territorio che l’hanno eguagliata. Cinquanta potrebbe rappresentare per molti solo un numero , dipende da come lo si vuole leggere, io nel ruolo di presidente di donatori sangue lo leggo guardando la linea del tempo consapevole che le donne possono donare di meno durante l’anno rispetto agli uomini e , raggiungere cinquanta donazioni , non è impossibile ma un traguardo che va onorato”. Spesso si racconta l’operato di dirigenti e volontari associativi perdendo di vista che prima di tutto ciò c’è l’essere donatori, la storia di Anna Maria è una storia che oggi Fidas vuole raccontare così come lei stessa dice:”
sono Annamaria e sono una donatrice di sangue, ci sono decisioni che non arrivano con il rumore delle grandi svolte. Entrano nella vita quasi in silenzio e, senza che ce ne accorgiamo, finiscono per darle una direzione.
Una di queste, per me, è stata il volontariato del dono del sangue. Non per un ideale astratto, ma per una convinzione molto concreta: che un gesto semplice, quando incontra il bisogno di qualcuno, possa cambiare il corso delle cose.
Oggi mi guardo indietro e vedo cinquanta donazioni di sangue, plasma e piastrine. Cinquanta volte in cui una parte di me è diventata possibilità per qualcun altro. Persone che non conosco, volti che non incontrerò mai, storie che resteranno lontane dalla mia. Eppure sento che, per un istante, le nostre vite si sono toccate.
Avevo diciott’anni, erano gli anni novanta quando una frase mi rimase dentro con una forza che non ho più dimenticato: per operare una mia parente servivano tre donatori di sangue. Senza di loro, l’intervento non si sarebbe fatto.
Fu allora che compresi qualcosa che oggi sembra ovvio ma che allora mi apparve quasi insopportabile nella sua semplicità: il sangue non si produce, non si costruisce, non esiste alternativa. Esiste soltanto la scelta di qualcuno.
Ricordo la paura e ricordo l’indignazione per quella dura realtà: senza donatori non si può procedere con l’intervento chirurgico. Ma ricordo soprattutto il momento in cui decisi di porgere il braccio. Da allora non è stato un episodio.
Negli anni, ho visto famiglie cercare aiuto, affidarsi agli altri, sperare nella disponibilità di sconosciuti. E dentro di me si è consolidata una convinzione silenziosa: se esiste qualcosa che posso fare prima che qualcuno ne abbia bisogno, allora vale la pena farla.
Con il tempo ho capito che donare non mi bastava più. Sentivo il desiderio di trasformare un gesto individuale in una possibilità collettiva. Così ho potuto realizzare un obiettivo a cui tenevo profondamente: farmi promotrice della costituzione di una sezione di donatori a Barile, grazie alla rete FIDAS Basilicata. Non per aggiungere un risultato personale, ma per lasciare nel territorio una possibilità in più per chi un giorno avrebbe avuto bisogno.
Nella mia vita ho svolto un lavoro fatto di relazioni di aiuto. Ho incontrato persone, ascoltato difficoltà, cercato di essere utile. E proprio per questo so che non tutto ciò che facciamo lascia dentro di noi lo stesso senso.
Sono poche le cose di cui si può dire, senza enfasi e senza compiacimento, di sentirsi davvero fieri.
Per me, una di queste è il dono del sangue.
Perché è un gesto che non produce riconoscimento, non restituisce visibilità e non permette di conoscere il volto di chi riceve. Resta un atto essenziale: qualcuno aveva bisogno e qualcuno, in anticipo, ha scelto di esserci.
Oggi, per fortuna, nessuno dovrebbe più trovarsi a cercare tra parenti e amici i donatori necessari per entrare in sala operatoria. Ma questa conquista non si mantiene da sola.
Servono donatori periodici, servono persone che decidano di donare sangue, plasma, piastrine. Ogni sacca raccolta non è un numero: è una cura che può iniziare, una speranza concreta, una vita che continua.
Io, in cambio, ho ricevuto molto più di quanto abbia dato.
Ho ricevuto una forma particolare di serenità: sapere che, da qualche parte, senza conoscere il mio nome, qualcuno ha avuto una possibilità in più.
Racconto questa esperienza perché altri possano scoprire la stessa sensazione.
E se avete paura dell’ago, provate per un momento a non pensare al braccio.
Pensate soltanto alla mano che state tendendo

