Sarà proiettato a Matera sabato 3 ottobre 2026 alle ore 17, nell’Open Space di Piazza Vittorio Veneto, su iniziativa del Matera Film Festival, Velvet Wind – Il ritorno dell’anima, cortometraggio scritto e diretto dall’attrice e regista Anna Rita Del Piano. Ad...
Tra le mura del Colosseo, dove migliaia di spettatori si radunavano per assistere agli spettacoli più cruenti dell’antichità, si consumò secondo la tradizione uno degli episodi più sorprendenti mai tramandati: quello di Androclo e il leone.
Androclo era uno schiavo romano, fuggito dal suo padrone dopo anni di maltrattamenti. Rifugiatosi nel Nordafrica, trovò riparo in una grotta isolata, lontano da ogni presenza umana. Fu lì che il suo destino si intrecciò con quello di un leone ferito: l’animale zoppicava, tormentato da una spina conficcata in una zampa.
Invece di fuggire terrorizzato, Androclo si avvicinò alla belva e, con cautela, gli estrasse la spina, curandone la ferita. Tra i due nacque un legame inaspettato: per un periodo vissero fianco a fianco nella stessa grotta, uomo e leone, in una convivenza che la tradizione descrive quasi come un’amicizia.
La libertà di Androclo, tuttavia, non durò. Fu catturato dalle autorità romane e, in quanto schiavo fuggitivo, condannato alla damnatio ad bestias: la pena capitale che prevedeva di essere gettato in pasto alle belve durante i giochi pubblici, davanti a migliaia di spettatori.
Il giorno dell’esecuzione arrivò. Androclo fu condotto nell’arena, e subito dopo venne liberato un leone, tenuto digiuno apposta per rendere lo spettacolo più efferato.
Ma accadde l’impensabile. Il leone, invece di avventarsi sull’uomo, gli si avvicinò lentamente e iniziò a leccargli le mani, quasi ad accarezzarlo. Era lo stesso animale che Androclo aveva curato anni prima nella grotta africana.
La folla, abituata alla violenza degli spettacoli gladiatori, rimase sbigottita di fronte a quella scena di mansuetudine. Il racconto vuole che il pubblico, commosso, abbia chiesto a gran voce la grazia per Androclo, che venne infine liberato insieme al suo leone.
A tramandarci l’episodio è soprattutto lo scrittore latino Aulo Gellio, vissuto nel II secolo d.C., che lo racconta nella sua opera Notti Attiche, dichiarando di averlo a sua volta appreso da uno scritto greco di Apione. Va precisato che le fonti antiche non parlano esplicitamente del Colosseo, ma più genericamente dei giochi pubblici romani: un dettaglio che rende difficile stabilire con certezza dove e quando l’episodio si sarebbe realmente svolto.
Proprio per questo motivo, storici e studiosi tendono oggi a considerare la vicenda più un aneddoto morale a sfondo esemplare che un fatto storicamente documentato — un racconto costruito per veicolare un insegnamento sulla gratitudine e sulla possibilità di un legame autentico anche tra specie diverse, capace di superare persino la logica di morte dell’arena.
La leggenda di Androclo ha conosciuto una fortuna straordinaria nei secoli successivi, ispirando dipinti, sculture e riletture letterarie. La versione più celebre in epoca moderna è forse la commedia Androcles and the Lion, scritta nel 1912 dal drammaturgo irlandese George Bernard Shaw, che ne offrì una rilettura satirica e pungente.
Ancora oggi, la storia continua ad affascinare per il suo messaggio universale: anche nel cuore della violenza istituzionalizzata dell’antica Roma, un atto di compassione può trovare la sua ricompensa.
Nicola Incampo

