Per il prossimo 14 febbraio 2026, i Musei Nazionali di Matera propongono un’esperienza di San Valentino fuori dagli schemi. Non la solita ricorrenza, ma un itinerario culturale ed enogastronomico dal titolo “Dalle dee del grano ai foggiali, dalla pasta alle...

Diventare madri al tempo delle app, essere prede e al tempo stesso schiave dell’algoritmo: “(…) Una volta che fui incinta, la pubblicità su Instagram si fece così personalizzata da sembrare intima, benchè fosse esattamente il contrario: rappresentava l’annientamento della mia privacy. Gli annunci mirati mi raggiunsero prima che avessi trovato un ginecologo. Prima che mi fossi raccapezzata”. Un’altra vita. Fare un figlio nell’era digitale (Einaudi, traduzione di Alessandra Neve e Isabella Zani) di Amanda Hess, giornalista del New York Times esperta in cultura digitale, è il ritratto impietoso delle future mamme smartphone-dipendenti.
L’ansia che pervade la quotidianità si amplifica notevolmente con la gravidanza; l’Autrice ne è vittima, e prova a placarla prima installando app che la seguiranno settimana per settimana nei fatidici nove mesi, poi cercando in maniera compulsiva approfondimenti su internet, soprattutto quando il ginecologo le comunica che nel bambino potrebbe esserci qualcosa che non va ̶ “Non facevo che setacciare la rete, mescolando le varie risultanze delle ecografie: lingua e cervello, cervello e reni, reni e lingua. Andavo a caccia di metadibattiti sulla mia situazione: l’etica della diagnosi prenatale, i genitori nel ruolo di pionieri morali dell’umanità”.
Il tutto, mai disgiunto da una profilazione ossessiva che la riguarda: “Mentre facevo le ricerche necessarie per questo libro, ho ripercorso i miei passi a ritroso, con l’ausilio di uno strumento che svela la tecnologia di tracciamento incorporata nei siti web, e ho scoperto che Webmd aveva consentito a 74 fornitori di tracciarmi, riposto 153 cookie nel mio browser e detto a Facebook dov’ero stata. Una delle aziende che avevano un tracciatore su Webmd si chiamava 33Across e si descriveva come una infrastruttura indirizzabile progettata per il web aperto che realizzava tecnologie di risoluzione dell’identità e monetizzazione programmatica, vale a dire che raccoglieva i miei dati personali traendoli da un gruppetto di altre agenzie di pubblicità digitale in modo da profilarmi in maniera più precisa”.
Fin troppo diretto, schietto, documentato, Un’altra vita alterna toni didascalici ad altri ora intimisti ora ironici rivelandosi una lettura significativa sulle insidie del mondo digitale applicate a quello che dovrebbe essere uno dei momenti più belli della vita di una donna.
“Un altro gruppo Facebook di utenti Snoo, Bougie Baby Banter (“Chiacchiere su bimbi chic”), lo diceva esplicitamente: il consumo era il surrogato della comunità. È vero che ci vuole un villaggio per crescere un bambino, ma diciamoci la verità, ci vogliono anche un sacco di prodotti sciccosi (e non sciccosi), si leggeva nella descrizione. In quest’era digitale non tutti abbiamo a disposizione dei veri villaggi a cui appoggiarci, quindi cerchiamo online consigli, un senso di comunità e suggerimenti sui prodotti migliori. Anche Karp usava il proverbio “Ci vuole un villaggio per crescere un bambino” per promuovere lo Snoo”.
Sono davvero molteplici gli spunti che offre questo libro illuminante. Su tutti: impossibile sfuggire al dominio della tecnologia, internet non potrà mai davvero sapere tutto di noi. Basterebbe staccare lo sguardo dal telefono, e posarlo su tuo figlio che dorme, per avere l’impressione di essersi riprese la propria vita.
Rossella Montemurro

