lunedì, 16 Marzo 2026

Una madre iperprotettiva, un padre che ha un concetto tutto suo dell’igiene e che ha la mania di innalzare muri in casa creando stanze su stanze in soli sessanta metri quadri, un fratello genio: come si riesce, a maggior ragione se si è la secondogenita e non si hanno tutte le qualità del figlio prediletto, a sopravvivere in una famiglia così particolare?

Lo spiega in maniera davvero spiazzante Veronica Raimo in Niente di vero (Einaudi) che ripercorre, dall’infanzia all’età adulta, le tappe salienti di quarant’anni vissuti tra divieti, costrizioni, paragoni continui con il fratello e fantasiosi espedienti per liberarsi – anche solo momentaneamente – da quelle maglie.

La madre, Francesca, ha bisogno di sapere sempre dove sono i figli altrimenti la sua ansia rischia di diventare panico. Se loro non chiamano, non rispondono ai suoi messaggi, deve per forza essere successo qualcosa di brutto. Per sentirli e rasserenarsi è disposta a tutto: lei non dà tregua, riesce a chiamare a casa degli amici ed è talmente insistente e tenace da riuscire a raggiungerli incurante delle conseguenze, dello scherno e dell’ilarità di cui saranno bersaglio (Veronica in modo particolare). Arriva ovunque, lo faceva anche quando i cellulari ancora non esistevano, ma la tranquillità ritrovata è sempre a scapito del benessere dei figli. In fondo non fa che tarpare le ali, vigilare in modo spropositato, precludere esperienze.

Anche il padre non scherza in quanto a ossessioni personali: dopo Chernobyl costringe a mangiare solo scatolette, è convinto che strofinare il corpo con l’alcol sia sufficiente a renderlo pulito (inutili le docce) e che avvolgerlo nello Scottex in piena estate eviti di sudare.

Christian, il fratello, che ha nei libri la sua àncora di salvezza, è un modello irraggiungibile.

In Niente di vero Veronica Raimo ha la capacità di infondere ironia in una quotidianità anomala e problematica, di trasformare la noia alla quale era condannata in risorsa: quel vissuto è diventato una trama tagliente, ricca però di sfumature ironiche. La bambina alla quale era negato il contatto con i coetanei – li guardava giocare in cortile dietro i vetri di una finestra – anziché diventare un’adolescente repressa è stata una ragazza che si è messa d’impegno per trovare escamotage in grado di aiutarla a fuggire da oppressioni pazzesche. È riuscita a emanciparsi, malgrado tutto, e ciò che racconta in Niente di vero assume il significato quasi di una sottile vendetta nei confronti della propria famiglia dove, nonna compresa, si salvano davvero in pochi – il nonno, con la sua pazienza infinita e probabilmente anche Christian, che non ha certo scelto lui il ruolo da primadonna.

Di Verika – così la chiama la madre – l’unica dote, sempre secondo la madre, è saper disegnare bene: ma non è neanche vero e, se lo fosse, sarebbe una sciocchezza rispetto alle qualità del fratello. Imperfetta ma adorabile, Verika giunge al lettore con una forza incredibile. Altre persone sarebbero implose, si sarebbero lasciate sopraffare; lei reagisce assecondando, blandendo: è solo apparenza, in realtà è già pronta a raggiungere i suoi, di obiettivi. Costi quel che costi.

Ha scritto Zerocalcare: «Veronica Raimo è l’unica che mi ha fatto ridere ad alta voce con un testo scritto in prosa da quando ero adolescente».

Veronica Raimo è nata a Roma nel 1978. Ha scritto i romanzi: Il dolore secondo Matteo (minimum fax 2007), Tutte le feste di domani (Rizzoli 2013) e Miden (Mondadori 2018), uscito in UK, Usa e Francia. Nel 2019 ha scritto il libro di poesie Le bambinacce con Marco Rossari (Feltrinelli). I suoi racconti sono apparsi su diverse antologie e riviste, sia in Italia che all’estero. Per Einaudi ha pubblicato Niente di vero (2022). Ha cosceneggiato il film Bella addormentata (2012) di Marco Bellocchio. Si occupa di giornalismo culturale per diverse testate. Ha tradotto dall’inglese, tra gli altri: Francis Scott Fitzgerald, Octavia E. Butler, Ray Bradbury.

Rossella Montemurro

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