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Pubblichiamo il testo dell’omelia pronunciata da mons. Benoni Ambarus, Arcivescovo di Matera-Irsina e Vescovo di Tricarico, durante la Messa della Domenica delle Palme celebrata ieri nella Cattedrale di Matera. Al centro dell’omelia mons. Ambarus ha posto la libera adesione di Gesù alla croce, diversamente dall’umanità e dai personaggi della passione che fuggono davanti alla sofferenza. Il compito dei credenti è “condividere la croce con i crocifissi viventi della storia“:
Carissimi fratelli e sorelle, dopo questo lunghissimo racconto della Passione, che a mio avviso dovremmo leggere un po’ più spesso nella nostra quotidianità, entriamo soltanto con qualche pennellata.
Oggi è la Domenica delle Palme, in maniera particolare celebriamo questo giorno dell’admirabile commercium (ammirabile scambio) direbbe Sant’Agostino, cioè il giorno in cui vediamo concretamente come il Signore prende il nostro e noi prendiamo il suo. Nella vita sappiamo bene, noi non avevamo più di che vivere, non avevamo un senso pieno del vivere ed eravamo destinati alla morte; mentre Lui non aveva di che morire e prendendo la nostra umanità per poter morire così vince la nostra morte.
Questo è l’admirabile commercium che celebriamo oggi e quindi siamo invitati a guardare, a fissare, a contemplare il Cristo e la sua croce, in maniera particolare oggi, in maniera straordinaria in questa settimana, poi anche tutto l’anno liturgico.
Vedete, abbiamo ascoltato come tutti i personaggi che vengono presentati e descritti nella Passione si relazionano al Signore Gesù pensando di gestire la sua persona in qualche modo, pensando di usarlo, di servirsene.
Giuda pensa di poterlo consegnare e vendere. I sacerdoti lo comprano. Le guardie, i soldati lo strattonano, lo incoronano, lo flagellano, lo deridono. La folla, osannante qualche giorno prima, lo rifiuta preferendo Barabba. Pilato lo consegna a loro, anche se lo dice espressamente: quest’uomo è innocente e io mi lavo le mani, prendo le distanze da questo male. Ma di fatto lo decide. Pietro e i discepoli lo abbandonano.
Ma in tutto questo troneggia Gesù. Non sono le persone che lo consegnano e lo spostano di qua e di là. Lui è in uno stato, in un atteggiamento di radicale consegna di amore. Cioè: fate di me quello che volete, io mi sono affidato al Padre.
Gesù si lascia gestire, si mette liberamente nelle loro mani, perché l’ha fatto nella consapevolezza d’amore di consegna al Padre. Si è consegnato al Padre e beve il calice fino in fondo. Che grande mistero questo: potersi opporre nell’essere schiacciato e trattenersi, avere il potere di evitare il tutto e accettare invece il tutto in una consegna di amore. È l’onnipotenza di Dio.
Poi c’è un secondo elemento ed è la croce. Noi tutti, e tutti i personaggi della Passione, del racconto della Passione, non vogliamo la croce nella vita. Nessuno di noi vuole la croce. Ogni giorno è una faticosa lotta per non averla, per non doverla portare e poter fare a meno della croce.
Tutti, ogni giorno, le persone della Passione fanno così. Per primo Pietro, e tutti i discepoli, avevano detto e giurato di essere disposti a seguirlo fino alla morte. Eppure, appena arriva il momento della croce, della fatica e del costo personale, cambiano idea e atteggiamento, cambiano strada, lo rinnegano e lo abbandonano.
I sacerdoti mandano a morte un innocente pur di liberarsi di lui, perché li richiamava troppo alla verità e alla conversione. Meglio che muoia lui piuttosto che cambiare vita io.
Giuda, dopo averlo tradito, non sopporta il peso del tradimento e, disperato, per non portare questo peso e questo senso di colpa, si toglie la vita. Meglio togliersi la vita che portare il peso del senso di colpa.
La folla, irriconoscente e manipolabile, non vuole vedere la verità, si adegua in modo grave, chiedendo Barabba al posto del Signore. Non ragionano più.
Pilato, pur di non sembrare debole, pur di non dover sembrare uno che guarda troppo le cose, e pur di compiacere gli altri e non dover sperimentare l’impopolarità, si lava le mani e manda a morte un innocente.
Tutta l’umanità, dal racconto della Passione, come d’altronde tutti noi, la croce, la passione, non la vogliamo e scegliamo sempre con criteri della propria comodità, scaricando sull’innocente il costo.
Oggi questa cosa si sta verificando a livello internazionale dove i potenti scaricano sui deboli il costo dei loro insuccessi, delle loro frustrazioni o delle loro immaturità irrisolte.
Oggi ci sono strutture pubbliche di potere, ma anche noi, che siamo piccoli potenti, con estrema facilità mandiamo e scarichiamo su qualcun altro il peso. Si verifica letteralmente quello che dicono i latini: mors tua, vita mea. Meglio che muori tu piuttosto che io, meglio che soffri tu piuttosto che io.
Carissimi, quanto è difficile abbracciare la vita e portare avanti il tutto, soprattutto quando bisogna abbracciare la croce. Quanto è facile scaricare sui più deboli la croce.
E in tutto questo, però, Gesù è l’unico che sceglie di salire sulla croce, l’unico; l’unico che si lascia inchiodare e non vuole scendere anche quando lo provocano e lo sfidano a farlo, per dare prova della sua grandezza. Lui dalla croce non vuole scendere.
Scendi e crederemo in te, ma per il Signore Gesù non è lo scendere dalla croce che suscita la fede autentica. Scendere dalla croce per il Signore Gesù non significherebbe far diventare credenti i presenti, ma suscitare ammirazione, suscitare seduzione. Sarebbe una discesa di potere: io posso, quindi lo faccio e tu mi devi temere.
Invece Gesù ci rimane fino alla fine, fino al tutto è compiuto. Sì, solo così è tutto compiuto: quando Lui rimane fino alla fine, fino all’ultimo respiro, non importa cosa pensano gli altri.
Rimane sulla croce affinché tutti, io, tu, tutti noi, tutto il mondo e i crocifissi viventi di questa nostra umanità, sappiamo che Lui, il Dio nel quale crediamo, non le manda le croci della nostra vita, ma le condivide con noi.
Non scende affinché possa stare vicino a ciascuno di noi, per sempre, e incoraggiarci a non disperare, a continuare a camminare nella vita, anche quando la croce si fa pesante nella nostra esistenza.
Non scende affinché possiamo sentire accanto a noi il suo respiro affannoso. È un respiro di amore, di condivisione, di donazione, di incoraggiamento verso ciascuno di noi.
Ecco perché Lui abbraccia la croce, ecco perché Lui sale sulla croce: così che tutti i disperati della storia possano sapere che Dio è lassù nei cieli, ma anche quaggiù sulla terra, accanto a noi, accanto ai crocifissi, quando noi siamo crocifissi sul letto di un dolore, di un fallimento, di un lutto, di una malattia, quando siamo schiacciati dall’esistenza.
Lui non scende perché possiamo sentire la sua vicinanza. Gratitudine immensa a te Signore, perché non sei sceso dalla croce!
Compito tremendo ed entusiasmante per noi credenti: condividere la croce con i crocifissi viventi della storia.

