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Nell’ambito del programma Matera Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo 2026, la Chiesa di Sant’Eligio ospita dal 13 giugno la mostra Mediterraneo. Archeologie del mito, progetto espositivo e testo critico a cura della storica dell’arte Milena Ferrandina. L’organizzazione dell’iniziativa è affidata a Opera Arte e Arti di Matera.
Lontano da ogni lettura paesaggistica o folklorica, il Mediterraneo emerge come una grande struttura culturale stratificata, una geografia del pensiero entro cui si sono sedimentate civiltà, lingue, religioni, sistemi simbolici e narrazioni fondative che continuano ad agire nel presente. In questa prospettiva, il mito viene considerato forma originaria della conoscenza, linguaggio archetipico capace di attraversare il tempo e riattivarsi nella sensibilità contemporanea.
Il progetto riunisce Andrea Giovannini, Alberto Lanteri, Nicola Micali, Pino Oliva, Elisabetta Reicher, Andrea Roggi e Louis Schreyer, artisti provenienti da differenti contesti geografici e culturali, accomunati da una ricerca che individua nel Mediterraneo una matrice condivisa di immagini, simboli e visioni. Pittura e scultura, materia e luce, memoria e paesaggio concorrono alla costruzione di un percorso unitario che si configura come una vera e propria cartografia poetica dell’umano.
A guidare idealmente il visitatore è la figura di Quinto Orazio Flacco, nato a Venosa, in quella terra di confine dove cultura latina e cultura greca si fusero generando una delle più feconde sintesi della civiltà mediterranea. Le parole dell’Ode III, 4, affidate alla voce narrante di Michele Tangreda e alla regia sonora e produzione audio di Uccio Mastrosabato, attraversano lo spazio espositivo come una presenza invisibile e costante. La poesia oraziana diviene così la trama sotterranea dell’intero progetto: il richiamo alla terra natale, la memoria delle origini, il viaggio come esperienza di conoscenza, il rapporto tra uomo e natura, la ricerca dell’armonia tra opposti.
Le opere esposte attivano un processo di riemersione della memoria attraverso differenti strategie linguistiche. Nei lavori di Nicola Micali la materia recuperata dai fondali marini viene sottoposta a una sorta di trasmutazione simbolica che restituisce al relitto la dignità di reperto culturale; nelle visioni di Elisabetta Reicher, il mito greco si trasforma in linguaggio universale dell’accoglienza e della fraternità tra i popoli; Andrea Giovannini dissolve i confini tra acqua, aria e terra restituendo il mare come esperienza percettiva e fenomenologica; Louis Schreyer affida alla superficie del paesaggio una riflessione sul tempo, sulla vulnerabilità e sulla condizione umana; Andrea Roggi traduce nella scultura la continuità tra natura e cultura, tra radice e futuro; Pino Oliva interroga il tema della conoscenza attraverso figure archetipiche sospese tra ascolto e rivelazione; Alberto Lanteri recupera la dimensione classica del mito per riflettere sulla permanenza della bellezza e sulla sua capacità di sopravvivere al tempo.
In questa prospettiva, Mediterraneo. Archeologie del mito si configura come un’indagine sul permanere delle forme profonde della cultura mediterranea e sul loro riemergere nella contemporaneità. Le opere non illustrano solo il mito, ma ne rendono percepibile l’energia ancora attiva. Rappresentano il mare, ma ne evocano, al tempo stesso, la funzione di spazio generativo di relazioni, scambi e contaminazioni. Il Mediterraneo appare così come un archivio vivente della memoria collettiva e come una possibilità futura: luogo in cui il dialogo tra differenze continua a produrre significato, conoscenza e immaginazione.

