domenica, 25 Gennaio 2026

C’è un momento, nella storia dell’umanità come nella vita individuale, in cui la normalità smette di essere rassicurante. È il momento in cui qualcuno inizia a sentirsi come Noè: consapevole che qualcosa sta per accadere, mentre il resto del mondo continua come se nulla fosse.

Nel racconto biblico, Noè non è un profeta che predica nelle piazze, ma un uomo che agisce in silenzio. Costruisce un’arca mentre il cielo è terso, senza prove visibili, senza consenso sociale. È questa la parte più moderna della sua storia: la solitudine di chi intuisce un cambiamento radicale prima degli altri e sceglie di prepararsi, pagando il prezzo dell’incomprensione.

Oggi, la metafora di Noè sembra adattarsi sorprendentemente bene al nostro tempo. Viviamo in un’epoca attraversata da segnali contraddittori: da un lato la tecnologia promette soluzioni rapide e progresso continuo, dall’altro si moltiplicano gli allarmi su crisi climatiche, fragilità economiche, conflitti geopolitici, disgregazione sociale. Il “diluvio” non ha una forma unica, ma è percepito come una somma di instabilità che mette in discussione certezze considerate intoccabili.

Come allora, anche oggi chi lancia avvertimenti spesso non viene ascoltato. Scienziati che parlano di limiti planetari, educatori che denunciano un impoverimento culturale, medici che segnalano nuove fragilità psicologiche, cittadini che cambiano stile di vita per ridurre l’impatto ambientale.

Sono figure diverse, ma accomunate da una sensazione: quella di costruire un’arca in mezzo allo scherno, all’indifferenza o alla stanchezza collettiva.

L’arca, nel nostro tempo, non è fatta di legno e pece. Può essere una comunità resiliente, un sapere preservato, una scelta etica controcorrente, un investimento nel lungo periodo in un mondo che vive di immediatezza. Costruirla richiede tempo, rinunce e una fiducia che non sempre trova conferme immediate. È un lavoro invisibile, che non produce applausi, ma prepara un futuro possibile.

C’è però un aspetto più complesso e scomodo nella storia di Noè, che raramente viene affrontato. L’arca ha una capacità limitata. Non tutti salgono a bordo. Questo pone una domanda inquietante anche per il presente: in un mondo di risorse finite, chi stiamo cercando di salvare? Quali valori, quali competenze, quali relazioni riteniamo degne di essere portate nel futuro? E, soprattutto, chi rischia di restare escluso?

La metafora di Noè ci costringe a confrontarci con la responsabilità delle scelte. Prepararsi non è solo un atto di autoprotezione, ma un gesto morale. Significa decidere cosa conta davvero quando tutto il resto viene spazzato via. Significa anche accettare il peso di decisioni impopolari, che spesso vengono comprese solo a posteriori.

Forse il punto centrale non è stabilire se il diluvio arriverà davvero, ma riconoscere che ogni epoca ha il suo. A volte è una catastrofe improvvisa, altre volte un lento deterioramento che diventa evidente solo quando è troppo tardi. La storia insegna che le grandi crisi raramente sorprendono del tutto: qualcuno aveva visto i segnali, qualcuno aveva avvertito, qualcuno stava già costruendo un’arca.

Pensarsi nella situazione di Noè, oggi, non è un esercizio religioso né apocalittico. È un modo per interrogarsi sul presente, sul nostro rapporto con il futuro e sulla capacità di agire prima che l’emergenza diventi inevitabile. Perché la vera tragedia non è la pioggia che cade, ma il non aver preso sul serio chi, sotto un cielo ancora sereno, aveva capito che stava per cambiare tutto.

Nicola Incampo

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