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C’è un proverbio africano che dice: “Il mais non può aspettarsi giustizia da un tribunale composto di galline”.
C’è un’immagine che vale più di molte analisi giuridiche. Un campo di mais, simbolo di vita e sostentamento. Un tribunale di galline, affamate proprio di quel mais. Il processo si celebra, forse con formalità impeccabili. Ma l’esito è già scritto.
Questo antico proverbio africano, nella sua semplicità rurale, contiene una lezione che attraversa epoche e continenti: non esiste giustizia quando chi giudica ha un interesse diretto nel risultato. È una riflessione sul potere, sui conflitti di interesse, sull’illusione dell’imparzialità quando le regole sono controllate da chi ne trae beneficio.
La giustizia non è solo un apparato normativo. È, prima di tutto, una questione di fiducia. I cittadini accettano le decisioni di un tribunale, di un’autorità o di un’istituzione perché presumono che chi decide lo faccia senza secondi fini.
Ma cosa accade quando il controllore coincide con il controllato? Quando chi stabilisce le regole è lo stesso soggetto che ne beneficia? In quel momento, il sistema perde credibilità. Non importa quanto siano dettagliate le procedure o solenni le dichiarazioni: se l’arbitro è parte in causa, l’equità è compromessa alla radice.
Il proverbio africano non parla soltanto di tribunali. Parla di ogni forma di potere che pretende di giudicare se stessa.
Il conflitto di interessi è una delle questioni più delicate delle democrazie contemporanee. Commissioni di vigilanza nominate da chi dovrebbe essere vigilato. Organi disciplinari composti da membri della stessa categoria che devono giudicare. Consigli di amministrazione chiamati a valutare operazioni da cui trarranno vantaggi indiretti.
In questi casi, la forma può essere rispettata, ma la sostanza resta dubbia. Il problema non è solo l’ingiustizia reale, ma anche quella percepita. La fiducia pubblica si incrina quando il cittadino avverte che le decisioni non nascono da un terreno neutrale.
E la fiducia, una volta perduta, è difficile da ricostruire.
In ambito politico, il proverbio suona come un monito severo. Le democrazie si fondano sulla separazione dei poteri e sull’indipendenza degli organi di controllo. Quando questa separazione si assottiglia, il rischio è quello di trasformare la giustizia in una formalità.
Se chi legifera controlla anche chi applica la legge, o se le autorità indipendenti dipendono in realtà dal potere politico, l’equilibrio si spezza. Non basta dichiarare l’autonomia: occorre garantirla con meccanismi trasparenti, con nomine realmente indipendenti, con regole che impediscano sovrapposizioni pericolose.
Il mais, per essere tutelato, non può essere giudicato da chi lo considera cibo.
Il proverbio trova applicazione anche nel mondo economico. Quando le società di revisione hanno rapporti troppo stretti con le aziende che devono controllare, quando le autorità di regolazione sono composte da ex dirigenti delle stesse imprese vigilate, la linea tra controllo e complicità diventa sottile.
Lo stesso vale per l’informazione. Se chi dovrebbe raccontare i fatti è legato agli interessi che quei fatti coinvolgono, la libertà di stampa rischia di trasformarsi in narrazione parziale.
Non si tratta di mettere in discussione le competenze. Al contrario: spesso si giustifica la presenza di “addetti ai lavori” negli organi di controllo proprio in nome dell’esperienza. Ma competenza e indipendenza non sempre coincidono. Anzi, la troppa prossimità può generare indulgenza.
Il proverbio invita a distinguere tra legalità e legittimità. Un processo può essere perfettamente legale, ma non per questo giusto. La giustizia sostanziale richiede neutralità, distanza, assenza di interessi personali.
Nella storia, molti sistemi formalmente corretti si sono rivelati profondamente iniqui proprio perché i meccanismi decisionali erano costruiti per favorire una parte. Le regole, in sé, non garantiscono equità se chi le applica ha già scelto da che parte stare.
La forza dei proverbi sta nella loro universalità. Questa massima africana non si limita ai palazzi del potere. Parla anche alle piccole comunità, alle associazioni, ai luoghi di lavoro, perfino alle famiglie.
Ogni volta che una decisione è affidata a chi ha un interesse diretto nel risultato, il rischio di parzialità è concreto. E ogni volta che si accetta questa sovrapposizione, si legittima un’ingiustizia silenziosa.
La soluzione suggerita implicitamente dal proverbio è chiara: servono giudici terzi. Figure capaci di valutare senza convenienza personale, strutture costruite per evitare concentrazioni di potere, sistemi di controllo che siano realmente autonomi.
La credibilità di un’istituzione non dipende solo dalla correttezza delle sue decisioni, ma dalla percezione della sua imparzialità. Quando i cittadini vedono “galline” sedute sul banco dei giudici, difficilmente crederanno alla neutralità del verdetto.
In un’epoca segnata da sfiducia verso le istituzioni, questo proverbio africano suona più attuale che mai. Ricorda che la giustizia non è un automatismo, ma un equilibrio delicato tra interessi, ruoli e responsabilità.
Il mais non chiede privilegi. Chiede solo un giudice che non abbia fame.
E forse è proprio questa l’essenza della democrazia: garantire che chi decide non abbia nulla da guadagnare dalla decisione stessa.
Nicola Incampo

