venerdì, 20 Febbraio 2026

In un mondo che già nel Medioevo conosceva il fascino del prestigio, del potere economico e dell’affermazione personale, San Francesco d’Assisi scelse una via sorprendentemente controcorrente: rinunciare al successo per cercare la salvezza dell’anima. Una decisione radicale che continua, a distanza di oltre otto secoli, a interrogare la coscienza contemporanea.

Nato ad Assisi nel 1181 o 1182, figlio di Pietro di Bernardone, ricco mercante di stoffe, Francesco — al secolo Giovanni — crebbe in un ambiente agiato. Il padre, spesso in viaggio per affari, gli garantì un’educazione e uno stile di vita superiori alla media del tempo. Il giovane Francesco amava le feste, la compagnia degli amici e coltivava sogni di gloria cavalleresca. Come molti ragazzi della sua epoca, desiderava distinguersi, emergere, conquistare onore.

La svolta arrivò gradualmente, attraverso esperienze che segnarono profondamente il suo animo: la partecipazione alla guerra tra Assisi e Perugia, la prigionia, una malattia che lo costrinse a lunghe riflessioni. In quel periodo di crisi maturò una domanda decisiva: che cosa conta davvero? Il successo militare e la fama gli apparvero improvvisamente vuoti.

Il gesto che rese pubblica la sua scelta è rimasto uno dei più emblematici della storia cristiana. Davanti al vescovo e alla cittadinanza, Francesco si spogliò degli abiti eleganti e li restituì al padre, rinunciando all’eredità e a ogni privilegio. Quel gesto non fu soltanto simbolico: rappresentò la rottura definitiva con un modello di vita fondato sul possesso e sull’ambizione.

Scelse la povertà volontaria, ma non come forma di mortificazione sterile. Per lui, la povertà era libertà. Senza beni da difendere, poteva donarsi completamente agli altri. Abbracciò i lebbrosi, allora emarginati e temuti, e si dedicò alla riparazione di piccole chiese di campagna, tra cui la Porziuncola, divenuta poi il cuore della sua esperienza spirituale.

Intorno a lui si raccolsero presto altri giovani attratti dalla sua radicalità evangelica. Nacque così l’Ordine dei Frati Minori, riconosciuto ufficialmente da Papa Innocenzo III nel 1209. La forza del suo messaggio stava nella coerenza: Francesco non teorizzava soltanto la semplicità, la viveva. Camminava scalzo, predicava senza ricchezze, si considerava fratello di ogni creatura.

Il suo rapporto con la natura, espresso nel celebre Cantico delle Creature, anticipò una sensibilità ecologica che oggi appare straordinariamente attuale. Per Francesco, il sole, la luna, l’acqua e perfino la morte erano “fratelli” e “sorelle”, parte di un unico grande disegno. In questa visione si rifletteva la sua profonda umiltà: l’uomo non è padrone del creato, ma parte di esso.

Il rifiuto del successo non fu dunque una fuga dal mondo, bensì una critica silenziosa a una società che già allora misurava il valore delle persone in base al potere e alla ricchezza. Francesco dimostrò che si può scegliere un’altra logica: quella del servizio, della fraternità, dell’essenzialità.

Negli ultimi anni della sua vita, segnati dalle stimmate ricevute sul monte della Verna e da crescenti sofferenze fisiche, Francesco non rinnegò mai la sua scelta. Morì nel 1226, povero come aveva vissuto, ma circondato dall’affetto dei suoi frati e del popolo. Due anni dopo, fu proclamato santo.

Oggi la sua figura continua a esercitare un fascino che supera i confini religiosi. In un’epoca dominata dalla ricerca di visibilità, carriera e affermazione personale, la sua testimonianza appare provocatoria: è possibile rinunciare al successo per salvare l’anima? La risposta di Francesco non fu teorica, ma concreta. Perdere tutto, per lui, significò finalmente trovare sé stesso.

Il suo esempio resta una domanda aperta alla modernità: cosa siamo disposti a lasciare per essere davvero liberi?

Nicola Incampo

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