Nella seduta di lunedì 30 marzo, il Consiglio Comunale di Matera ha approvato all’unanimità un ordine del giorno volto a confermare l’azione di rilancio dell’Asm e del ruolo dell’Ospedale Madonna delle Grazie.Il Consiglio ha preso spunto dalla recente comunicazione...
In una locandina per l’Ordinazione sacerdotale ho letto il seguente pensiero: “Il ministero ordinato viene quindi conferito ad uomini che ricevono la sacra potestas, cioè il potere sacro, per il servizio nella Chiesa, in continuità con la missione apostolica affidata originariamente ai Dodici Apostoli.
Questo legame con gli Apostoli – scelti da Cristo tra gli uomini – costituisce il fondamento teologico per cui la Chiesa considera il Sacerdozio ministeriale riservato agli uomini, in fedeltà alla tradizione e al mandato ricevuto da Cristo”
La riflessione sul ministero ordinato e sulla sacra potestas apre uno spazio molto ampio, che tocca non solo la struttura della Chiesa, ma il suo stesso mistero. Non si tratta semplicemente di comprendere “chi può fare cosa”, ma di entrare nel senso profondo di una chiamata che affonda le radici nella volontà di Cristo e nella storia della salvezza.
Il punto di partenza è proprio questo: il ministero ordinato non nasce da un’iniziativa umana, né da una necessità organizzativa. La Chiesa non si è data da sé il sacerdozio, ma lo ha ricevuto. Quando Cristo sceglie i Dodici, compie un gesto carico di significato: chiama alcuni uomini, tra tanti, non per separarli dagli altri in termini di dignità, ma per affidar loro una missione specifica. Questa missione è quella di rendere presente la sua azione salvifica nella storia, attraverso la predicazione, i sacramenti e la guida della comunità.
La sacra potestas, quindi, non è un potere nel senso comune del termine. È piuttosto una partecipazione all’autorità stessa di Cristo, che però si manifesta in modo paradossale: come servizio, come dono, come abbassamento. Cristo stesso lo ha detto chiaramente: “Chi vuole essere il primo, sia l’ultimo e il servo di tutti”. In questo senso, il sacerdote è chiamato a vivere una forma di autorità che si realizza nel farsi prossimo, nel portare i pesi degli altri, nel guidare senza dominare.
Il legame con gli Apostoli è essenziale perché garantisce la continuità. La Chiesa non è una realtà che cambia la propria identità a seconda delle epoche, ma è chiamata a rimanere fedele a ciò che ha ricevuto. Gli Apostoli sono il fondamento visibile di questa continuità: attraverso la successione apostolica, il ministero ordinato si inserisce in una catena ininterrotta che risale fino a Cristo stesso. Non è solo una questione storica, ma sacramentale: è Cristo che continua ad agire nella sua Chiesa.
Da qui nasce anche la questione, delicata e spesso discussa, del sacerdozio riservato agli uomini. La posizione della Chiesa si fonda su questa fedeltà al gesto originario di Cristo e alla tradizione apostolica. Non viene interpretata come una scelta culturale o sociologica, ma come un dato ricevuto, che la Chiesa ritiene di non avere l’autorità di modificare. È una convinzione che si colloca dentro una visione sacramentale: il sacerdote agisce in persona Christi, e questa rappresentazione simbolica e reale si collega alla modalità concreta con cui Cristo ha scelto di manifestarsi e di chiamare.
Tuttavia, fermarsi a questo punto rischierebbe di dare una visione incompleta. Infatti, la Chiesa riconosce con forza che la dignità battesimale è la stessa per tutti. Ogni cristiano, uomo o donna, partecipa al sacerdozio comune dei fedeli e alla missione della Chiesa. Esiste una molteplicità di vocazioni e di carismi che sono altrettanto essenziali: la vita consacrata, il matrimonio, il servizio dei laici nella società, l’impegno nella carità, nella catechesi, nella cultura.
In questa prospettiva, la differenza tra sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune non è una differenza di valore, ma di funzione. Il sacerdote è segno sacramentale di Cristo capo e pastore, mentre tutti i fedeli sono chiamati a essere segno di Cristo nel mondo. È come un corpo in cui ogni membro ha un ruolo diverso, ma tutti concorrono alla vita dell’insieme.
C’è poi un aspetto spirituale molto importante: la vocazione. Nessuno si dà da sé il ministero ordinato, così come nessuno si dà da sé una vocazione autentica. Essa nasce da una chiamata che precede e supera la persona. Questo vale per il sacerdote, ma anche per ogni cristiano. La domanda fondamentale non è tanto “che cosa posso fare?”, ma “a che cosa sono chiamato?”. E questa chiamata si scopre nell’ascolto, nella preghiera, nel confronto con la comunità. In un tempo come il nostro, in cui spesso il concetto di autorità è messo in discussione o frainteso, il ministero ordinato può apparire difficile da comprendere. Ma proprio per questo è chiamato a essere vissuto in modo ancora più trasparente: come servizio umile, come dedizione, come testimonianza credibile. Quando il sacerdote vive così, diventa segno luminoso di Cristo; quando invece si lascia prendere da logiche di potere o di autoreferenzialità, rischia di oscurare ciò che è chiamato a manifestare.
Infine, tutto converge in una verità semplice e profonda: la Chiesa esiste per continuare la missione di Cristo nel mondo. Il ministero ordinato è uno degli strumenti attraverso cui questa missione si realizza, ma non è l’unico. Tutti, in modi diversi, sono coinvolti. E la bellezza della Chiesa sta proprio in questa armonia tra unità e diversità, tra fedeltà alla tradizione e vitalità dello Spirito.
La riflessione, allora, non si chiude in una spiegazione teorica, ma si apre a una domanda esistenziale: come vivo io il mio posto nella Chiesa? Che sia nel ministero ordinato, nella vita laicale o in altre forme di consacrazione, ciò che conta davvero è che ogni vocazione diventi risposta d’amore. Perché, in fondo, tutto nella Chiesa nasce da lì e lì ritorna.
Nicola Incampo

