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In questi giorni di vacanza ho riletto per l’ennesima volta il romanzo “Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas.
E vi dico perché.
Non è nostalgia, o almeno non solo. Non è nemmeno il semplice piacere di tornare a una grande storia d’avventura. Rileggere Dumas oggi è un gesto quasi controcorrente: in un tempo che consuma tutto in fretta, Il conte di Montecristo chiede lentezza, attenzione, memoria. E in cambio offre qualcosa che molti romanzi contemporanei hanno smesso di promettere: una visione del mondo.
La prima ragione è Edmond Dantès. Pochi personaggi della letteratura occidentale hanno una parabola così radicale. Dantès non cambia soltanto destino: cambia identità, linguaggio, postura morale. Da giovane ingenuo e fiducioso diventa il Conte, una figura quasi mitologica, fredda, calcolatrice, apparentemente onnipotente. Rileggerlo da adulti significa accorgersi che non è solo una storia di vendetta, ma una riflessione sul prezzo della giustizia quando viene esercitata senza misericordia. Ogni rilettura sposta la nostra simpatia: a volte per Edmond, a volte per le sue vittime, a volte per nessuno.
La seconda ragione è il tempo. Il conte di Montecristo è un romanzo che prende sul serio il tempo lungo: quello della prigionia, dell’attesa, della preparazione. Oggi siamo abituati a narrazioni dove tutto accade subito, dove il trauma genera immediatamente la reazione. Dumas invece costruisce una vendetta che dura anni, che matura nell’ombra, che si nutre di silenzio e studio. In vacanza, quando il tempo finalmente rallenta, questo ritmo diventa quasi terapeutico. È un promemoria: alcune trasformazioni non possono essere accelerate.
C’è poi il tema del potere. Il Conte è ricco, colto, informato, mobile. Attraversa confini, classi sociali, sistemi giuridici. Riletto oggi, il romanzo parla chiaramente di disuguaglianze: chi ha accesso alle risorse può riscrivere la propria storia, chi non le ha resta schiacciato. Ma Dumas non idealizza questo potere: lo mostra come qualcosa che corrompe, isola, disumanizza. Il Conte vince, sì, ma perde pezzi di sé lungo il cammino.
Un altro motivo è la modernità sorprendente del libro. Intrighi finanziari, manipolazione dell’opinione pubblica, carriere costruite sul tradimento, giustizia piegata alla convenienza politica: Il conte di Montecristo è ambientato nell’Ottocento, ma parla il linguaggio del presente. Rileggerlo oggi significa accorgersi che certi meccanismi non sono mai davvero cambiati, solo resi più veloci e meno visibili.
Infine, c’è una ragione personale, forse la più semplice: alcuni libri crescono con noi. Ogni volta che torno a Il conte di Montecristo sono io a essere diverso. Da ragazzo vedevo l’eroe invincibile. Poi ho visto il vendicatore spietato. Oggi vedo soprattutto l’uomo ferito, incapace di fermarsi, che deve imparare – troppo tardi – che non tutto può essere riparato.
Rileggere questo romanzo in vacanza non è stata una fuga dalla realtà, ma un modo per guardarla meglio. Per ricordarmi che la giustizia senza compassione diventa crudeltà, che il tempo è una forza narrativa e morale, e che le grandi storie non servono solo a intrattenerci, ma a farci domande scomode.
Ed è per questo che, ogni volta che chiudo l’ultima pagina, so già che prima o poi tornerò a riaprirla.
Nicola Incampo

