sabato, 25 Luglio 2026

Il prof. Incampo: “14 anni: la stessa età che il diritto italiano considera adeguata per una scelta di coscienza tanto delicata, quella dell’IRC, viene ora giudicata “troppo acerba” quando si parla di responsabilità per condotte gravi”

Nelle ultime settimane il dibattito sulla responsabilità penale dei minorenni ha riacceso polemiche note: c’è chi si scandalizza all’idea che un ragazzo di 14 anni possa essere chiamato a rispondere pienamente delle proprie azioni. Eppure, a ben guardare, il nostro...


C’è un momento, nella vita di ogni lettore forte, in cui si torna sui libri letti da ragazzi con la sospetta certezza di ritrovarli uguali a come li si era lasciati. Quasi mai accade. E con Infanzia, Adolescenza, Giovinezza di Lev Tolstoj — la trilogia con cui l’autore, poco più che ventenne, esordì nella letteratura russa nel 1852 — la distanza tra la prima lettura e la rilettura è particolarmente istruttiva.
Colpisce, prima di tutto, la precocità dell’impresa. Tolstoj non aveva ancora venticinque anni quando iniziò a scrivere Infanzia, eppure il libro non ha nulla dell’acerbo. Al contrario: contiene già, in nuce, tutti gli strumenti che l’autore userà vent’anni dopo in Guerra e pace e Anna Karenina — l’analisi psicologica minuziosa, la capacità di dilatare il tempo interiore di un personaggio fino a fargli occupare pagine intere per un solo pensiero, l’attenzione quasi entomologica ai gesti minimi che rivelano un carattere.
La differenza è che qui questi strumenti vengono applicati non a battaglie napoleoniche o a tragedie coniugali, ma a materiale apparentemente minore: un rimprovero ricevuto da un precettore, l’imbarazzo sociale di un adolescente a un ballo, la morte della madre vissuta dal punto di vista di un bambino che non sa ancora come si fa a soffrire “nel modo giusto”.
Il tratto che più impressiona in una rilettura adulta è la spietatezza con cui Tolstoj guarda al proprio alter ego, Nikolen’ka Irten’ev. Il libro è dichiaratamente autobiografico, ma non è affatto un’operazione di autoindulgenza nostalgica. Nikolen’ka viene mostrato vanitoso, capace di piccole crudeltà verso i compagni più poveri, ipocrita nei sentimenti che finge di provare per commuovere se stesso prima ancora che gli altri. È un’infanzia raccontata senza il filtro consolatorio che di solito applichiamo ai nostri primi anni quando li ricordiamo.
Questa onestà anticipa un tratto che diventerà centrale in tutta l’opera successiva di Tolstoj: l’idea che la vita morale non si giochi nei grandi gesti, ma nella capacità — rarissima — di vedersi davvero, senza le menzogne consolatorie con cui normalmente ci raccontiamo.
La trilogia non è uniforme, ed è proprio questa evoluzione interna a renderla un’opera sulla formazione del carattere più che sulla semplice cronaca di un’infanzia felice.
Infanzia ha un tono quasi elegiaco: il mondo domestico, la campagna russa, la figura della madre sono avvolti in una luce che sappiamo già perduta fin dalle prime righe. È la parte più lirica, quella più vicina alla memoria idealizzata.
Con Adolescenza il registro cambia bruscamente: arrivano il disincanto, la scoperta della propria bruttezza fisica (reale o immaginata), il primo confronto doloroso con un mondo sociale che giudica. Giovinezza, infine, mostra un Nikolen’ka che tenta goffamente di costruirsi un’identità adulta attraverso ideali di “comme il faut” destinati puntualmente a scontrarsi con la realtà.
In un’epoca in cui la narrazione di sé è diventata un esercizio quasi quotidiano — sui social, nei diari pubblici, nelle autofiction — Infanzia, Adolescenza, Giovinezza resta un modello scomodo e ancora attuale: mostra come si possa raccontare la propria formazione senza cercare l’assoluzione del lettore, senza costruirsi come vittima o come eroe, ma semplicemente cercando di essere accurati rispetto a ciò che si è stati, con tutta la vanità e la meschinità che questo comporta.
È un libro che chiede pazienza — il ritmo è lento, l’azione quasi assente — ma che restituisce, a chi lo rilegge da adulto, qualcosa che la prima lettura adolescenziale difficilmente può cogliere: la misura esatta della distanza che ci separa dai bambini che siamo stati.

Nicola Incampo

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