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Tra passato e presente, quotidianità e introspezione, ricordi e sogni, segreti e misfatti in una girandola di personaggi che si susseguono senza soluzione di continuità: è soprattutto una carrellata di “tipi umani” quella ritratta con dovizia di particolari in Le piccole viltà (Einaudi) da Margherita Oggero. Tutto ruota attorno a Marianna, detta Mimina, classe ’92 “una bambina dickensiana al rovescio: troppo amore in conflitto invece di poco (o niente) amore”.
“Io avevo due madri che mi amavano entrambe, ovviamente a modo loro.
Una mamma-reginabionda, che aveva tanti impegni e mi poteva abbracciare solo raramente, ma mi telefonava quasi ogni giorno e quando tornava a casa mi portava sempre il regalo giusto, che avevo sognato senza dirglielo. Allora mi chiedevo come facesse a indovinare, adesso so che glielo suggeriva, forse malvolentieri ma comunque lo faceva, la mamma-orsabruna, che mi abbracciava stretta stretta prima di mettermi a dormire (…)
Alle elementari, in prima e in seconda, quando raccontavo della mamma-mamma e della mamma-zia, compagni e compagne mi guardavano strana, certe volte si davano dei colpetti con l’indice sulle tempie, come a dire che ero tocca, così ho smesso e i fatti miei me li sono tenuti per me.”
Valentina – la mamma-mamma che tra l’amore per il marito e quello per Marianna sceglierà per sempre il primo – e Giuliana, la sorella che non ha avuto figli, crescono Marianna – detta Mimina “perchè era piccola e con la giaonissa, più bruttina dei soliti neonati, già rupiti senza capelli e scontenti di essere venuti al mondo, ma lei era così tanto bruttina che non mi capacitavo” sullo sfondo di una Torino – città natale dell’Autrice – onnipresente.
Malgrado una famiglia un po’ sgangherata, Mimina non subisce particolari traumi, ha un carattere mite, quasi remissivo – non pretende, resta sempre un passo indietro, non si ribella al destino neanche quando incontra Kevin che non le nasconde l’attrazione che prova per lei, ma qualcos’altro sì.
Ironico, pungente, vivace, Le piccole viltà mette in luce le omissioni di ciascun personaggio: una bugia, un piano d’evasione, un’attività non proprio legale, un senso di colpa, un’amante, una mannaia avvolta in un lenzuolo, un desiderio. La Oggero smaschera le vigliaccherie che facciamo a fin di bene, anche quando quel bene è soprattutto il nostro. E scopriamo che una cosa, nel tempo, non cambia: siamo fatti delle scelte che non affrontiamo, delle parole che non diciamo, dei compromessi ai quali ci addestriamo per non sentirci mai del tutto colpevoli, mai davvero innocenti.
Brillante e con un ritmo sostenuto, Le piccole viltà conferma il talento di una scrittrice eclettica come la Oggero.
Dal romanzo d’esordio dell’Autrice, La collega tatuata (Mondadori 2002) è stato tratto il film Se devo essere sincera (regia di Davide Ferrario, con Luciana Littizzetto e Neri Marcorè). Per la Rai ha scritto i soggetti della fortunata serie Provaci ancora prof!, ispirata ai suoi libri, con protagonista Veronica Pivetti. In Einaudi ha pubblicato Cosí parlò il nano da giardino (2006), Il Compito di un gatto di strada (2009), Non fa niente (2017 e 2019), Il gioco delle ultime volte (2021) e Le piccole viltà (2026). Collabora con quotidiani e settimanali e i suoi lavori sono tradotti in vari Paesi.
Rossella Montemurro

