Atene conferma ancora una volta il suo ruolo di palcoscenico ideale per le grandi competizioni internazionali. Alla Coppa Europa WAKO, che ha visto la partecipazione di 2737 atleti provenienti da tutta Europa, il team Lucano, diretto dal Maestro Massimiliano...
Non fa più notizia come un tempo, e forse è proprio questo il segnale più allarmante. Un ragazzo entra a scuola con un coltello nello zaino. Viene scoperto, denunciato, sospeso. Il giorno dopo l’attenzione si sposta altrove, mentre resta una domanda sospesa che nessuno sembra voler affrontare fino in fondo: come siamo arrivati a questo punto?
Perché un adolescente non dovrebbe mai sentire il bisogno di portare un’arma in un luogo che, per definizione, dovrebbe essere spazio di crescita, tutela e futuro. Quando accade, non siamo di fronte a una semplice infrazione disciplinare né a un problema di ordine pubblico. Siamo davanti a una sconfitta profonda della società, che riguarda tutti: istituzioni, famiglie, scuola, comunità.
Famiglia e scuola rappresentano, da sempre, le due colonne portanti dell’educazione. Ma da tempo queste colonne mostrano crepe evidenti. Non comunicano, non si riconoscono reciprocamente autorevolezza, spesso si osservano con sospetto. La scuola lamenta la mancanza di collaborazione delle famiglie; le famiglie accusano la scuola di essere distante, burocratica, incapace di comprendere i figli.
Nel mezzo ci sono i ragazzi, che ricevono messaggi contraddittori: regole a scuola che vengono smentite a casa, richieste educative che non trovano continuità, sanzioni vissute come ingiustizie e non come strumenti di crescita. In questo cortocircuito educativo, l’adolescente impara presto una lezione pericolosa: non esiste un fronte adulto compatto.
Quando gli adulti non sono alleati, il ragazzo resta solo. E chi è solo, spesso, si difende come può.
Il coltello nello zaino non è quasi mai il segno di una reale intenzione aggressiva. È, più spesso, una forma di comunicazione distorta. È paura. È bisogno di protezione. È la convinzione che il rispetto si ottenga con l’intimidazione e non con la parola. È il risultato di una società che ha smesso di insegnare a gestire il conflitto.
Molti ragazzi non sanno più litigare, discutere, affrontare il disagio. Non perché siano “peggiori” delle generazioni precedenti, ma perché nessuno ha insegnato loro come farlo. Hanno interiorizzato un messaggio chiaro: mostrarsi fragili è pericoloso, chiedere aiuto è inutile, difendersi da soli è l’unica strada.
In questo senso, la violenza non è una causa, ma una conseguenza. È l’ultimo gradino di una scala fatta di solitudine, frustrazione, rabbia non ascoltata.
Di fronte a questi episodi, la reazione più immediata è invocare più controlli, più sanzioni, più sicurezza. Metal detector, perquisizioni, sospensioni, espulsioni. Misure che possono avere una funzione emergenziale, ma che rischiano di diventare un alibi per non affrontare il nodo centrale: l’educazione.
La scuola non può trasformarsi in un luogo di sorveglianza permanente senza perdere la propria anima. E soprattutto, nessun dispositivo di sicurezza può sostituire una relazione educativa solida. Un ragazzo che si sente visto, ascoltato, riconosciuto difficilmente sentirà il bisogno di armarsi.
Punire senza comprendere produce solo esclusione. E l’esclusione è il terreno più fertile per la devianza.
C’è poi una responsabilità più ampia, che riguarda il mondo adulto nel suo complesso. Viviamo in una società che chiede ai ragazzi di crescere in fretta, ma che fatica ad assumersi il peso dell’educare. Molti adulti sono stanchi, disorientati, presi dalla sopravvivenza quotidiana. Altri delegano completamente: alla scuola, allo sport, al web.
Ma educare non è un servizio che si appalta. È una responsabilità condivisa, che richiede tempo, presenza, coerenza. Richiede il coraggio di dire dei “no”, di reggere il conflitto, di non cercare sempre il consenso immediato dei figli o degli studenti.
Quando questo non accade, i ragazzi percepiscono un vuoto. E quel vuoto, prima o poi, viene riempito da qualcos’altro.
Il punto, allora, è chiaro: non è la scuola ad aver fallito da sola. Non è la famiglia ad aver fallito da sola. Ha fallito la comunità educante, che si è frammentata, individualizzata, impoverita di legami.
Il coltello nello zaino è il sintomo di una società che ha smesso di parlarsi, di ascoltarsi, di prendersi cura dei propri giovani in modo collettivo. È il segnale che qualcosa si è rotto molto prima dell’ingresso in aula.
La vera emergenza non è la sicurezza, ma l’educazione. E finché continueremo a chiederci “che cosa fare di questi ragazzi” invece di “che tipo di adulti siamo diventati”, continueremo a rincorrere le conseguenze senza mai affrontare le cause.
Perché un ragazzo armato a scuola non è solo una notizia di cronaca. È uno specchio. E ciò che riflette dovrebbe preoccuparci molto più del coltello stesso.
Nicola Incampo

