domenica, 25 Gennaio 2026

Ho sognato di essere un inviato speciale di un quotidiano il giorno di Natale in un Paese in guerra.

Ecco il mio articolo.

“In molte parti del mondo, il Natale arriva come una promessa di calore, famiglia e serenità. Ma ci sono luoghi in cui questa promessa si infrange contro il suono delle sirene, l’eco delle esplosioni e il gelo della paura. È in questi paesaggi devastati che oggi, 25 dicembre, proviamo a raccontare il Natale dei bambini che vivono in guerra: bambini che dovrebbero pensare ai giocattoli, non ai ripari; ai sogni, non alle fughe; alla neve che cade, non alla polvere che ricopre tutto.

Nelle ore più fredde del mattino, mentre in molte città del mondo le famiglie si svegliano tra il profumo di dolci e la gioia dei regali, in un rifugio sotterraneo decine di bambini aspettano che il rumore sopra le loro teste si calmi. Hanno imparato, in fretta, a distinguere i rumori a cui bisogna correre e quelli in cui si può finalmente respirare.

Qui, dove l’aria sa di umidità e di metallo, il Natale non ha luci né decorazioni. Eppure i volontari hanno improvvisato un piccolo angolo di festa: un cartoncino appeso al muro, qualche disegno fatto a matita, e una manciata di cioccolatini che diventano tesori preziosi.

Una bambina di sette anni stringe una coperta colorata come fosse la cosa più importante del mondo. Accanto a lei, un operatore umanitario si siede e, con un sorriso stanco ma dolce, le dice:

Anche oggi è Natale, sai? E anche se fuori c’è tanta paura, dentro di te c’è un posto che nessuno può distruggere. Quello è il tuo Natale.”

La bambina lo ascolta, e per un attimo, davvero per un solo attimo, i suoi occhi si illuminano.

Gli adulti sanno che non possono cambiare la realtà con un discorso. Ma possono creare un momento, un respiro più lungo tra una sirena e l’altra. E così, nel corso della giornata, molti cercano parole che tengano in piedi la speranza dei più piccoli.

Non vi abbiamo dimenticati.”

Tornerete a giocare fuori.”

La pace arriverà.”

Sono frasi che, dette altrove, potrebbero sembrare vuote. Ma qui sono fondamenta: strutture di protezione emotiva che permettono ai bambini di continuare ad essere bambini, anche solo a metà. 

Un volontario racconta che la parte più difficile è convincere i piccoli che è ancora giusto desiderare qualcosa. “A volte non vogliono nemmeno dire cosa vorrebbero per Natale” spiega. “Pensano che sognare sia inutile. Ma quando finalmente si lasciano andare, chiedono sempre la stessa cosa: tornare a casa.”

Nel cortile di una scuola distrutta, alcuni bambini giocano con un pallone sgonfio. Attorno a loro muri crollati, finestre infrante, detriti. Ma il modo in cui si rincorrono sembra sfidare tutto questo. Ogni risata è un atto di resistenza.

Un educatore osserva la scena e racconta: “Non c’è niente di più potente del gioco, qui. È l’unico momento in cui non pensano alla guerra. È il loro modo di restare vivi dentro.”

Più tardi, i bambini tornano nel rifugio con le guance rosse per il freddo e gli occhi brillanti. A qualcuno viene detto che è ora di lavarsi le mani prima del “pranzo” speciale: una zuppa calda preparata con quello che si è riusciti a recuperare. È un pranzo semplice, povero, ma per loro è comunque festa.

Molti bambini non trascorreranno il Natale con entrambi i genitori. Alcuni ne hanno perso uno, altri vivono da mesi separati da fratelli o nonni. I volontari sanno che il momento più duro della giornata è la sera, quando la nostalgia pesa di più.

È allora che qualcuno racconta una storia: favole inventate, riedizioni di racconti classici, memorie di Natali passati. Storie che diventano ponti tra ciò che era e ciò che, un giorno, potrebbe tornare ad essere.

Una psicologa spiega che il Natale, nei contesti di guerra, ha un doppio volto: riaccende la malinconia, ma anche il desiderio di futuro. “I bambini hanno una forza che sorprende sempre. Anche quando hanno visto troppo, riescono a immaginare un domani diverso. La nostra responsabilità è proteggerla, questa capacità.”

Mentre i bambini cercano tra le macerie un frammento di normalità, il mondo continua a muoversi a velocità diverse. C’è chi festeggia con spensieratezza, chi segue le notizie a distanza, chi fatica perfino a immaginare cosa significhi un Natale sotto le bombe.

Eppure, se c’è un messaggio che arriva forte da questi luoghi, è che la guerra non è mai solo un fatto politico o militare: è un’infanzia interrotta, un gioco lasciato a metà, un abbraccio mancato.

Non serve un grande gesto per cambiare il corso degli eventi, ma serve non dimenticare. Serve continuare a guardare, raccontare, proteggere.

Quando la notte cala e il silenzio – un silenzio sospetto, teso, innaturale – avvolge il rifugio, i bambini vengono messi a dormire su materassini allineati. Qualcuno stringe un peluche, altri un cuscino troppo piccolo.

Fai un desiderio prima di addormentarti” suggerisce una volontaria a un bimbo di cinque anni.

Lui chiude gli occhi, pensa qualche secondo, poi sussurra: “Che domani non ci sia paura.”

Un desiderio piccolo, quasi timido. Eppure è tutto.

Questo è il Natale dei bambini in guerra: un Natale sospeso tra ciò che manca e ciò che rimane, tra la paura che stringe e la speranza che resiste.

Ed è proprio da questa speranza che il mondo dovrebbe ripartire. Perché finché anche un solo bambino, in un rifugio buio, continuerà a desiderare la pace, allora la pace non sarà mai una causa perduta.

Era solo un sogno….

Nicola Incampo

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