Brillante, spiritosa, spontanea: se "leggerla" è un piacere, ascoltarla è un privilegio perché dal vivo Isa Grassano è travolgente. Ieri pomeriggio a Matera nell'hotel San Domenico la presentazione di A volte è complicato (Giraldi Editore) è stata ricca di aneddoti,...
Mi trovo a pensare a volte da solo, anche se sono in mezzo alla gente, che esistono solitudini diverse tra loro…
C’è la solitudine dell’isolamento, volontario o no, di chi è solo come una monade immateriale senza spazio e senza tempo…
E c’è una solitudine, invece, che poco ha a che fare con l’essere realmente soli.
È quella che ti prende persino quando sei in mezzo a tanta gente. Sulla metro mentre vai al lavoro al mattino, mentre prendi l’aperitivo dove tutti parlano senza neanche pensare un: “Come stai?”, in una chat di gruppo che scorre velocissima con mille notifiche vuote…
Sei circondato, eppure senti una spessa lastra di vetro tra te e gli altri. Non perché ti manchi qualcuno intorno, ma perché ti manca qualcuno dentro.
E la verità è amara: non soffri per l’assenza di qualcuno (che sia speciale o no), soffri per l’assenza di ‘testimoni’. Puoi persino essere in una stanza piena e sentirti invisibile, perché nessuno lì dentro comprende davvero che stai provando quella emozione in quel preciso momento, perché ci capita di avere qualcosa di bello da raccontare e non avere nessuno cui poterlo dire aprendo il cuore devasta l’anima…
E quel qualcosa di bello può essere davvero qualunque cosa, anche una piccola cosa: una luce al tramonto che cade giusta sul palazzo di fronte, una canzone che ti ha rimesso al mondo e che ti ha dato la forza dopo una settimana storta, il sorriso di un bambino che ti batte un cinque, un pensiero che ti dà gioia… La gioia, quando è piena, ha un bisogno quasi fisico di essere detta. Se non trova un orecchio che ascolti, si sgonfia, perde valore…
Come la bellezza che, se non condivisa, sembra meno reale. Resta sospesa, come una frase senza soggetto… Inizi ad avere dubbi: “L’ho davvero sentita io, vissuta io, questa gioia?” Se non c’è nessuno a cui dire: “Guarda”, finisci per tenere tutto dentro, e quel bello diventa un peso gentile. Ti consola ma al contempo ti isola.
È qui che entra in scena l’abbraccio.
L’abbraccio non è un semplice gesto. È una lingua prima della lingua, prima della parola. Non spiega, non consiglia, non minimizza. Non dice: “Vedrai che passa” o: “Devi reagire”. Dice solo: “Ci sono. Sono qui. Ti sento. Lasciati andare”.
A parole possiamo mentire, possiamo persino fraintenderci, non capirci… In un abbraccio no: Il corpo non sa mentire, non sa fingere… Quando qualcuno ti stringe davvero, per qualche secondo la spessa lastra di vetro si frantuma. Il sistema nervoso, l’istinto, capisce prima della testa, la ragione, che non sei più solo. Che quel bello che non sapevi a chi raccontare adesso ha un posto dove potersi sostenere, anche senza parole.
Non risolve, non ti salva dalla solitudine, ma ti salva perché interrompe… Interrompe la never ending story di essere soli in mezzo a tutti. Per un attimo non devi dire nulla, non devi apparire, non devi essere interessante, lucido, a posto. Devi solo stare lì, in quell’abbraccio.
Forse è per questo che lo cerchiamo così poco e ne abbiamo così tanto bisogno. Eppure gli abbracci sono gratis…

