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Oggi, martedì 8 settembre 2026, nella Basilica Santuario “Maria SS. Regina di Anglona” in Tursi (MT) il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha presieduto la Solenne Celebrazione dell’Eucaristia concelebrata dai Vescovi lucani e dal Clero diocesano per i 50 anni della nuova configurazione della Diocesi di Tursi-Lagonegro.
Di seguito l’ omelia:Carissimi fratelli e sorelle, il Signore vi dia pace. Saluto tutti voi qui presenti. Sono molto contento di essere qui. Il vostro vescovo mi ha “stalkerizzato” per lungo tempo; alla fine ho dovuto cedere. Non so se lui sia la vedova importuna e io il giudice iniquo. Ad ogni modo, alla fine sono contento di essere qui e di vedere questa bella partecipazione di vescovi e sacerdoti, le autorità civili e militari, i Cavalieri del Santo Sepolcro e di Malta e tanti di voi.
Sono lieto di essere qui con voi in questo antico santuario di Maria Santissima Regina di Anglona, nel giorno in cui la Chiesa celebra la Natività della Beata Vergine Maria. Saluto, come ha già detto il vostro vescovo, monsignor Orofino, i vescovi presenti e tutte le autorità che ho già menzionato. La celebrazione odierna, come abbiamo ascoltato, si inserisce anche nel cinquantesimo anniversario della nuova configurazione della vostra diocesi. È dunque una festa mariana, ma anche un momento importante della vostra storia ecclesiale. Ricordare una data non significa semplicemente guardare indietro; significa, piuttosto, riconoscere il cammino compiuto, ringraziare per ciò che il Signore ha operato e domandarsi quale sia oggi la chiamata rivolta a questa Chiesa.
Della nascita di Maria i Vangeli non ci dicono nulla: non conosciamo le circostanze precise né le parole che accompagnarono quel momento. La tradizione cristiana colloca la sua nascita a Gerusalemme, nei pressi della piscina di Betzaida, nel luogo dove oggi sorge la chiesa di Sant’Anna. Ma il Vangelo non indugia sui particolari. Maria entra nella storia in silenzio, senza attirare l’attenzione. Nasce come ogni bambino, dentro una famiglia, un popolo, una storia, come tutte le nostre bambine e tutti i nostri figli, ancora oggi.
Eppure, con la sua nascita, qualcosa di nuovo ha inizio. Ancora non si vede nulla, non vi sono annunci pubblici né segni straordinari, ma la storia della salvezza sta già compiendo un passo decisivo. La nascita di Maria è come la prima luce del mattino: non è ancora giorno pieno, ma la notte non è più la stessa.
Credo che sia importante soffermarsi su questo modo di agire di Dio. Noi siamo spesso attratti da ciò che appare, da ciò che produce risultati immediati, da ciò che si impone. Dalla terra dalla quale vengo si dice sempre: «Se tu non sei forte, non conti». Qualcuno ha citato Gengis Khan, più importante, più interessante di Gesù. Ecco, per dire come la cultura della forza, della potenza, è quella che molto spesso determina anche le scelte, ma non solo: anche nel nostro piccolo, nelle nostre relazioni quotidiane.
Dio, invece, comincia quasi sempre in maniera discreta la sua opera. Cresce nel silenzio, nella disponibilità di persone che forse nessuno conosce, nella fedeltà quotidiana, nei gesti che non fanno notizia. La salvezza del mondo comincia con la nascita di una bambina. Dio non entra nella storia con la forza, ma chiedendo accoglienza. Non occupa uno spazio, ma cerca un cuore libero. Non si impone, ma si affida alla risposta di una giovane donna.
Chi è stato alla Verna, ma anche in tante altre immagini, avrà visto l’Annunciazione della Robbia, che è molto semplice: c’è l’angelo e la Madonna e, nell’angolo, c’è la raffigurazione di Dio Padre, che è in attesa ansiosa, sperando che la Vergine dica di sì, perché tutto dipende dalla sua libertà, dalla scelta che quella donna deve fare.
Il Vangelo oggi ci presenta una lunga genealogia di Gesù. A un primo ascolto può sembrare soltanto un elenco di nomi lontani. In realtà, quella genealogia contiene tutta la concretezza della storia umana. Vi troviamo uomini e donne molto diversi, persone giuste e persone segnate dal peccato. Ci sono dentro prostitute, adulteri, c’è di tutto dentro quella storia della genealogia di Gesù: momenti di fedeltà e momenti di tradimento, promesse accolte e promesse dimenticate. Ci sono anche vicende irregolari, ferite familiari, violenze, rotture: c’è tutto.
Gesù non viene in una storia ideale: entra in questa storia reale così com’è. Non si tiene a distanza dalle sue contraddizioni, ma le assume. Dio non aspetta che l’umanità sia pronta o perfetta per visitarla. Viene dentro le nostre situazioni confuse, dentro i nostri fallimenti, dentro ciò che noi stessi fatichiamo a comprendere. E questo è già un annuncio di speranza, non perché tutto finirà automaticamente bene né perché i problemi si risolveranno da soli. La speranza cristiana non è un facile ottimismo. Essa nasce dalla certezza che nessuna storia è estranea a Dio e che nessuna ferita, se consegnata a Lui, è incapace di diventare luogo di salvezza.
Al termine della genealogia compare Maria: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù Cristo». E qui la genealogia cambia forma, si interrompe la ripetizione di “generò”. Gesù nasce da Maria, ma la sua origine è in Dio. La storia degli uomini giunge fino a Maria e in lei si apre all’iniziativa dello Spirito. Maria sta dunque al punto d’incontro tra l’attesa dell’umanità e la risposta di Dio. Porta con sé tutta la storia del suo popolo, ma nello stesso tempo si apre a qualcosa che la storia, da sola, non avrebbe potuto produrre. In lei l’attesa diventa accoglienza.
La grandezza di Maria non consiste nell’aver fatto opere straordinarie; consiste nell’aver fatto spazio. Ha permesso che la Parola di Dio entrasse nella sua vita, la modificasse e la conducesse dove lei non aveva previsto. Non ha compreso tutto dall’inizio, ha conosciuto domande, silenzi, dolori, ma non ha lasciato che la paura chiudesse il suo cuore.
Anche Giuseppe, nel Vangelo, è posto davanti a una situazione che non comprende. Il suo progetto di vita sembra improvvisamente spezzato e proprio lì riceve la parola dell’angelo: «Non temere». Non gli viene data una spiegazione di tutto. Oggi vorremmo una spiegazione dettagliata su cosa c’è da fare, la job description. Niente di tutto questo. Gli viene chiesto di fidarsi, di accogliere Maria e di entrare in un disegno più grande di lui.
Maria e Giuseppe ci mostrano che la fede non elimina l’incertezza, ma permette di attraversarla. Credere non significa avere tutte le risposte. Significa non interrompere la relazione con Dio quando non comprendiamo ciò che accade. E tante volte, visitando le mie parrocchie, la gente in Palestina, a Gaza, ovunque, non sa sempre decifrare quello che accade, dargli un senso e viverlo nella fede. La fede non sempre ci dà le risposte. Noi non sempre sappiamo dire come stare dentro quelle situazioni: guerre, ingiustizie, morti ingiuste. Però la fede ti aiuta a starci dentro con uno sguardo diverso.
Questa parola raggiunge anche la vostra Chiesa, la Chiesa di Tursi-Lagonegro. Cinquant’anni sono un tempo sufficientemente lungo per riconoscere il bene ricevuto e costruito. Abbiamo ascoltato un po’ dal vescovo, che dice che va tutto bene qua, ma sono anche soltanto una tappa. La diocesi non vive semplicemente perché possiede una storia, delle strutture o delle tradizioni. Vive se continua ad ascoltare ciò che lo Spirito dice oggi.
Questo territorio ha conosciuto generazioni di fede semplice e tenace. La presenza di questo santuario lo testimonia. Qui molte persone hanno portato a Maria gioie, fatiche, domande, malattie, speranze familiari. Questa memoria è preziosa, ma non può essere soltanto conservata. Deve diventare ancora vita, capace di leggere il presente e di accompagnare le nuove generazioni.
Celebrare la nascita di Maria significa chiedersi che cosa deve nascere oggi nelle nostre Chiese, quali spazi dobbiamo aprire perché Dio possa ancora entrare nella vita delle persone, quali paure dobbiamo superare, quali abitudini dobbiamo lasciare, quali relazioni dobbiamo ricostruire.
Vengo dalla Terra Santa, la terra nella quale Maria è nata, ha vissuto, ha ascoltato la Parola e ha dato alla luce Gesù. Maria non è legata soltanto alla memoria dei luoghi santi, ma è parte della vita quotidiana della nostra Chiesa. La incontriamo nelle preghiere delle nostre comunità, nelle case delle famiglie, nei santuari e, soprattutto in questo tempo, nel pianto e nella speranza di tanti.
La terra di Maria è oggi profondamente ferita: vi sono famiglie distrutte, persone private della casa, della scuola. A Gaza ci sono 690.000 bambini che da tre anni non vanno a scuola, bambini che crescono conoscendo quasi soltanto la paura e la violenza. Vediamo quanto facilmente l’altro venga ridotto a una categoria, a un nemico, a qualcuno di cui non si riconoscono più il volto e il dolore. E quando si perde il volto dell’altro, diventa possibile dire e fare ciò che prima sembrava impensabile.
In questa situazione non abbiamo parole capaci di spiegare tutto. Dobbiamo guardarci dalle parole facili, anche da quelle religiose. Ma proprio lì comprendiamo meglio il significato della nascita di Maria. Essa ci dice che Dio non abbandona la storia neppure quando la storia sembra contraddirlo. Dio continua a cercare persone disponibili, capaci di custodire la vita, di riconoscere il volto dell’altro, di non lasciare che l’odio determini ogni pensiero e ogni parola.
Ma anche oggi, in Terra Santa, vi sono piccoli segni che raramente vengono raccontati: persone che assistono i feriti senza domandare a quale popolo appartengano; comunità che condividono il poco che hanno; famiglie che, pur colpite, rifiutano di educare i figli all’odio; sacerdoti, religiosi e laici che rimangono accanto alla loro gente. Questi gesti non cambiano immediatamente il corso degli eventi, ma custodiscono l’umano. E custodire l’umano, oggi, è già preparare la strada alla pace.
Il legame tra la vostra Chiesa e la Terra Santa, allora, non consiste soltanto nell’affetto o nell’aiuto, pur necessario. E devo dire che la Basilicata è stata molto vicina, soprattutto nei tempi duri, alla Terra Santa: non solo la Chiesa, ma anche l’autorità civile. È un legame ecclesiale e umano. Apparteniamo all’unico Corpo di Cristo. Le ferite di una Chiesa riguardano tutte le Chiese. La fede e la testimonianza di una comunità sostengono anche le altre.
La mia presenza qui vuole essere anche un segno di questa comunione: che la Chiesa di Gerusalemme venga a incontrare la Chiesa di Tursi-Lagonegro. E insieme ci poniamo sotto lo sguardo di Maria. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Noi abbiamo bisogno della vostra preghiera, della vostra vicinanza e della vostra capacità di non dimenticarci quando l’attenzione del mondo si sposterà altrove. Già sta accadendo.
Voi potete ricevere dalla Terra Santa il richiamo all’essenziale, alla Parola fatta carne, alla fede vissuta dentro la storia, alla speranza che non fugge dalla croce. In questa festa chiediamo dunque a Maria di accompagnare il cammino della vostra diocesi dopo questi cinquant’anni. La aiuti a essere una Chiesa capace di generare, non soltanto di conservare; una Chiesa radicata nel proprio territorio e, proprio per questo, aperta alla comunione universale; una Chiesa che sa stare accanto alle persone, soprattutto quando la vita diventa più difficile.
Affidiamo a lei anche la Terra Santa. Non le chiediamo di dispensarci dalle nostre responsabilità, ma di renderci capaci, come lei, di dire il nostro sì a Dio dentro la storia concreta, anche se dura, che ci è stata affidata.
La nascita di Maria ci ricorda che Dio può iniziare qualcosa di nuovo anche quando noi ancora non lo vediamo. Questa certezza non ci consente di restare passivi. Ci chiede, al contrario, di diventare anche noi disponibili, perché attraverso la nostra vita la sua Parola possa ancora trovare casa e diventare carne. Amen.

