Siamo persone pesanti, puntigliose, fastidiose, anche. Non ci spaventa fare ore di anticamera dal politico di turno – con l’auspicio non di strappare una promessa ma una certezza. Non ci interessa essere etichettate come “assillanti”, non ci importano gli occhi al cielo colmi di insofferenza o i falsi sorrisi di chi ci incontra per l’ennesima volta.
Ormai abbiamo imparato che le strette di mano, le frasi di circostanza, quel “prendere a cuore” della classe dirigente sono sempre e solo pie illusioni. Per loro, i diritti dei nostri figli disabili sono uno dei tanti cavalli di battaglia del programma elettorale. In quelle settimane sono persuasivi, convincenti, hanno obiettivi chiari e ambiziosi che, sulla carta, ci aprono spiragli e regalano ottimismo. Ci accolgono, ci ascoltano, addirittura sono loro che vengono a cercarci.
Finora è rimasto tutto sulla carta, sui manifesti elettorali. Nessuno è mai andato oltre. Vinte le elezioni la questione “disabilità” è diventata un ricordo sbiadito, ha perso quell’appeal che aveva avuto per giorni e giorni. Per noi genitori, invece, è qualcosa che ci assorbe senza soluzione di continuità. È una routine che sempre più spesso diventa emergenza e l’emergenza, quando si è soli, logora. È una situazione stagnante.
Non siamo coinvolti nei tavoli istituzionali, siamo scomodi e quindi destinati a essere ignorati. Manca il confronto – manca la volontà di capire, di comprendere o, semplicemente, di ascoltare – e ci sono momenti in cui è umiliante, a dir poco, andare quasi a elemosinare i diritti dei nostri ragazzi. Sia chiaro, però, che da parte nostra non c’è alcune intenzione di mollare: i diritti dei nostri figli sono un valore inestimabile, non uno slogan a effetto da utilizzare secondo una strategia mirata.
