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“Un venerdì di aprile”: il toccante memoir di Donald Antrim

“(…) Non sopportavo di essere toccato. Già stare in piedi era un tormento, riuscivo solo a fissarmi la punta delle scarpe. Mi sentivo incredibilmente pesante. Mentre arrancavo per il parco con Regan, vedevo fiori sbocciati, laghetti e persone, coppie e famiglie, ma guardarli era estenuante. Ho accostato le mani alla fronte, per riparami gli occhi. Regan era delusa e io avevo paura; mi sentivo il petto compresso e infossato, dovevo sedermi, ma non sopportavo di sedermi. Non potevo muovermi né stare fermo. Non mi sentivo sicuro ai giardini né davanti a un caffè né a casa. In quell’occasione devo aver detto a Regan che il rigor mortis probabilmente era così, se fosse stato possibile sperimentarlo consapevolmente, da vivi.”

Non lascia indifferenti il memoir Un venerdì di aprile (Einaudi, traduzione di Cristiana Mennella) dello scrittore Donald Antrim, non nuovo anche a questo genere di narrativa visto che nel 2007 scrisse La vita dopo, incentrato sulla figura carismatica e ingombrante della madre.

È un flusso di coscienza toccante quello di Antrim, che inizia un venerdì di aprile di 19 anni fa quando salì sul tetto del suo palazzo di Brooklyn: infreddolito e senza scarpe, non stava facendo “una scelta né una minaccia né un errore”. Sospeso, sia letteralmente sia metaforicamente, nel vuoto, Antrim va a ritroso ricordando i ricoveri in ospedale, le “guarigioni, ricadute e guarigioni”, i ricordi famigliari, le sensazioni di dolore, i progressi e le terapie, ma anche gli errori che da sempre facciamo nel leggere una storia come la sua.

La sua lunga malattia preferisce chiamarla suicidio. L’indimenticato David Foster Wallace (che si tolse la vita nel 2008) gli suggerì la terapia elettroconvulsivante, alla quale si sottopose insieme a una massiccia terapia farmacologica. Riemerge la sua infanzia, i genitori alcolizzati, l’ansia e l’angoscia che non lo hanno mai abbandonato. È chiaro, soprattutto, il senso di questa storia: affrontare il suicidio come un male sociale. A distanza ormai di tempo da quel maledetto venerdì di aprile, Antrim ha la lucidità e la capacità di guardarsi dentro, di fronte a quella scala antincendio che costituì uno spartiacque nella sua vita, un prendere coscienza della propria fragilità.

È autore di tre romanzi – Votate Robinson per un mondo miglioreI cento fratelli e The Verificationist – e collabora regolarmente con «The New Yorker». Ha ricevuto fellowship dal National Endowment for the Arts, la John Simon Guggenheim Memorial Foundation, e il Dorothy and Lewis B. Cullman Center for Scholars and Writers presso la New York Public Library. Vive a New York. Per Einaudi ha pubblicato anche La vita dopo (2007) e la raccolta di racconti La luce smeraldo nell’aria (2016).

Rossella Montemurro

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