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“Non tutto quello che ci accende ci fa bene. E non tutto quello che ci fa bene fa subito rumore”: la giornalista e scrittrice Isa Grassano torna in libreria con “A volte è complicato”

“Forse mi sono persa in tre uomini prima di trovarmi. Forse non potevo amare se prima non imparavo ad amare me stessa.”

Arabella, la protagonista del fortunato Un giorno sì un giorno no (Giraldi), il longseller di Isa Grassano, è finalmente tornata ed è nella sua forma migliore: A volte è complicato è il sequel, brillante e “spiazzante”, che narra gli alti e bassi sentimentali di una donna giovane, intraprendente ma “complicata” nelle relazioni.

L’irresistibile Ludo, quell’uomo bello come Terence ma molto problematico, campione di ghosting e illusioni, come se niente fosse, dopo una lunga assenza, le ha scritto un lungo messaggio, impossibile da ignorare. Per uno scherzo del destino, Arabella lo riceve in un giorno particolarissimo: quel messaggio pesa come un macigno e va ad amplificare una sensazione di inquietudine.

È così che inizia A volte è complicato, con una Arabella in difficoltà, in crisi, sostenuta come sempre dalla saggezza di Sara, dalla fede di don Riccardo e, sul lavoro (si occupa de funerario reinventato nell’era digitale e, con il supporto dell’intelligenza artificiale, crea video della memoria e nuove forme di dialogo con chi non c’è più) dalla professionalità del giovane Dario.

È sostanzialmente a un bivio: dare o no una seconda chance a Ludo (la passione, l’adrenalina, l’incertezza…)?

Tra passato e presente, in brevi capitoli che racchiudono lo stile inconfondibile della Grassano, tra ironia e considerazioni profonde, in un mix sempre calibrato, l’impasse di Arabella è il cuore pulsante di una trama pronta a stupire. Dentro di sé lei sa bene cosa fare anche se per prenderne consapevolezza avrà bisogno di osare…

Non manca qualche pagina ricca di eros, così come alcuni scorci suggestivi di città care (Roma, Sorrento, Bologna, Matera, le Dolomiti lucane) all’Autrice che, giornalista esperta di viaggi, regala piccole curiosità.

A volte è complicato lascia un bel messaggio e una sferzata di positività (parentesi “funebri” a parte…) ed è uno di quei (rari, ultimamente) romanzi che si vorrebbe non finissero mai.

Isa Grassano vive a Bologna ma la sua Basilicata resta casa e radici. Giornalista professionista freelance, collabora con Repubblica Viaggi, Intimità, Travel + Leisure Italia e News48.it. Ha ideato il blog amichesiparte.com, è co-fondatrice dell’Associazione Constructive Network – dedicata al giornalismo costruttivo – e tutor al Master in Giornalismo dell’Alma Mater Studiorum di Bologna. In passato ha firmato guide emozionali per Newton Compton e partecipato a diverse antologie. Per Giraldi Editore ha pubblicato i romanzi: Un giorno sì un altro no e Come un fiore sul quaderno, oltre ai taccuini Book Sun Lover e Book Winter Lover, apprezzati dal pubblico e segnalati da televisioni, radio e giornali.
Crede nelle storie, nell’ironia che salva e nei sogni che a volte fanno fare giri lunghi prima di trovare la strada giusta. Ha poca memoria e dimentica spesso le cose. Tuttavia, ritiene sia un vantaggio: c’è spazio per le sorprese ed è anche un buon modo per ricominciare. Ama viaggiare, leggere tanto, scrivere a mano, il mare, l’estate, la luce fino a tardi e ridere. Assai.

L’INTERVISTA

In “A volte è complicato” Arabella dimostra, per certi aspetti, più maturità rispetto a “Un giorno sì e un altro no”.  Credi che questa versione di Arabella ti somigli?

«Arabella è cresciuta, sì. Ma non nel senso noioso del termine. Non è diventata una donna che ha tutte le risposte, semmai una che ha smesso di fingere di averle. E forse in questo mi somiglia parecchio. In “Un giorno sì e un altro no” correva molto dietro alle emozioni, ai segnali, alle attese. In “A volte è complicato” continua a inciampare, a desiderare, a sbagliare, però ha capito una cosa fondamentale: non tutto quello che ci accende ci fa bene. E non tutto quello che ci fa bene fa subito rumore. Mi riconosco nella sua ironia, nel suo modo di osservare il mondo cercando di alleggerirlo anche quando pesa. E pure nella fatica di scegliere. Perché da adulti, secondo me, il difficile non è capire cosa vogliamo. È accettare che ogni scelta comporti una rinuncia. E Arabella questa cosa la sente tutta. Poi conserva una caratteristica che amo molto: non smette di emozionarsi. In un tempo in cui molti si proteggono diventando cinici, lei continua a esporsi alla vita. Magari con un po’ di rossetto rigorosamente rosso – e in questo mi somiglia tantissimo – sbavato e i pensieri in disordine, ma continua. E già questo mi sembra un atto di maturità enorme».

Senza fare spoiler, Arabella è come se diventasse più consapevole, è un po’ più corazzata per “proteggersi” da relazioni che possono farle male. Le decisioni che prende sono emblematiche. Nella realtà, lo sappiamo, il percorso spesso è un po’ meno lineare. Quelle che descrivi sono dinamiche che ti appartengono o ti sei ispirata a esperienze vissute da persone che conosci?

«Penso che nessuna diventi davvero “corazzata”. Al massimo impariamo a riconoscere prima quello che ci ferisce. Che è diverso. Arabella, in questo libro, prova a proteggersi, ma resta una donna molto viva, quindi inevitabilmente vulnerabile. E meno male. Le persone completamente impermeabili mi fanno un po’ paura: sembrano i contenitori di plastica del supermercato, pratici ma senz’anima. Le dinamiche del romanzo nascono da un miscuglio continuo: cose vissute, osservate, ascoltate nei racconti delle amiche, rubate nei bar, nei treni, nei messaggi, nelle letture. Resto profondamente una lettrice accanita. Io mi definisco spesso una “cacciatrice di storie” con il taccuino, ma inevitabilmente qualcosa di chi scrive c’è sempre».

Spicca il valore dell’amicizia femminile, una vera e propria sorellanza. Pensi sia una consuetudine anche nella quotidianità o è un concetto mitizzato?

«Credo che l’amicizia femminile vera sia una delle forme d’amore più sottovalutate in assoluto. E anche una delle più salvifiche. Nel romanzo volevo raccontare proprio questo: donne che magari si prendono in giro, si dicono verità scomode, si vedono struccate, disperate, spettinate emotivamente… eppure restano. Non penso sia un mito. Penso semmai che venga raccontata poco nella sua complessità. Per anni siamo state abituate a vedere donne in competizione tra loro: per un uomo, per il lavoro, perfino per chi cucina meglio. Nella vita reale, invece, almeno nella mia esperienza, molte amicizie femminili funzionano come piccole sale di pronto soccorso emotivo. Quando sei stanca o un po’ giù, qualcuna ti rimette insieme. Magari con una passeggiata, una battuta o un messaggio vocale di sette minuti e mezzo. Poi certo, esistono anche le delusioni, le invidie, le distanze. Le amicizie, come gli amori, cambiano forma. Però quando trovi una donna che tifa davvero per te – e io sono fortunata ad avere diverse amiche così – senza gare nascoste, succede una cosa bellissima: smetti di sentirti sola contro il mondo. E secondo me oggi questa sorellanza sta tornando con forza. Forse perché viviamo vite così veloci e fragili che avere qualcuno con cui poter dire “guarda, oggi non ce la faccio” senza sentirsi giudicate, vale tanto».

Il tuo è un romanzo in cui c’è tanta vita ma, come un cupo rumore di fondo, partendo dal lavoro di Arabella – ha un’agenzia che si occupa di necrologi e nuove tecnologie associate al commiato –, c’è la morte. Non mancano passaggi commoventi, che fanno riflettere. Nonostante sia un contrasto descritto in modo molto delicato, influisce sullo stato d’animo del lettore. Perché questa scelta?

«Vorrei che quella presenza silenziosa della morte funzionasse quasi da lente d’ingrandimento sulla vita. Quando capisci che il tempo non è infinito, inizi a domandarti molto seriamente come lo stai spendendo e con chi. Dentro questa scelta narrativa, inevitabilmente, c’è anche qualcosa di molto personale. La morte mi ha sfiorata presto e mi ha cambiata. Ho perso mia madre quando avevo 17 anni e lei soltanto 45. Un’età che oggi mi sembra ancora più ingiusta di allora. Credo che da quel momento mi sia rimasta addosso una malinconia di sottofondo, non vistosa, ma presente. E forse scrivere significa anche provare a dialogare con quel vuoto. Poi il mondo del lutto oggi sta cambiando tantissimo. Arabella, dopo i necrologi, ora si occupa di memoria digitale, video commemorativi, archivi emotivi, perfino intelligenza artificiale applicata al ricordo. Mi affascinava questo cortocircuito tra dolore antichissimo e tecnologia modernissima. Da una parte continuiamo a perdere le persone come sempre è accaduto. Dall’altra non siamo mai stati così incapaci di lasciarle andare davvero: restano nei vocali, nelle chat, nei profili social, nei video. E trovo interessante anche il fatto che i cimiteri stiano diventando sempre più luoghi da visitare, quasi mappe alternative delle città. Io, per esempio, li guardo spesso durante i miei viaggi. A Dublino, anni fa, mi ha colpito un bar con vista sulle croci. A Fuerteventura un piccolo cimitero affacciato sul mare sospeso tra terra e orizzonte. A Bologna la Certosa custodisce storia, architettura e arte: le tombe di Lucio Dalla, Carducci, e persino una programmazione estiva di visite guidate e concerti. Anche se, lo ammetto, continuo a sperare che qualcuno inventi qualcosa per non morire mai. Ecco, quella sì che sarebbe una notizia da prima pagina».

Colpisce la regola dei cinque secondi: se si vuole agire, bisogna farlo entro cinque secondi. È l’opposto del famoso “contare fino a dieci” per evitare di compiere azioni sconvenienti o dire cose spiacevoli. I due suggerimenti sono in antitesi o si integrano tra loro?

«Secondo me si integrano perfettamente. I famosi dieci secondi servono a evitare di reagire di pancia. I cinque secondi, invece, servono a evitare di rimandare la vita. Nel romanzo quella regola diventa quasi un piccolo antidoto contro l’eccesso di pensiero. Perché oggi analizziamo tutto: messaggi, silenzi, visualizzazioni, mezze frasi, punteggiatura compresa. A volte sembriamo investigatori privati assunti dal nostro stesso cervello. E nel frattempo perdiamo spontaneità, occasioni, perfino persone. Credo che il punto sia capire quando trattenersi e quando buttarsi. E forse diventare adulti significa proprio questo: imparare la differenza tra un impulso da frenare e una piccola felicità da non rimandare».

Sei anni fa hai dichiarato che il tuo rapporto con cartomanzia e oroscopi era di distacco. Anche in “A volte è complicato” torna questa tendenza/tentazione di consultarli. Per te è cambiato qualcosa? Come mai, secondo te, si ha ancora tanto bisogno di affidarsi agli arcani e alle stelle?

«No, non è cambiato nulla. Continuo a non leggere gli oroscopi e non ho mai ceduto nemmeno alla tentazione di farmi fare i tarocchi. Il mio destino preferisco costruirmelo da sola, giorno dopo giorno, con tutte le contraddizioni, gli errori e i ripensamenti del caso. Però mi incuriosisce molto il bisogno che tante persone hanno di affidarsi agli arcani, alle stelle, ai segni. Ho amiche e conoscenti che consultano cartomanti con una naturalezza con cui io prenoto un treno o un biglietto aereo. E questo, da giornalista, mi ha fatto riflettere molto. Credo che dietro ci sia il bisogno disperato di sentirsi rassicurati in un mondo diventato instabile, veloce, precario. Le persone vogliono sapere se andrà tutto bene, se l’amore arriverà, se quel dolore finirà. In fondo i tarocchi fanno quello che gli esseri umani cercano da sempre: dare un ordine al caos. E i numeri raccontano un fenomeno enorme. Proprio per questo nel romanzo, alla fine, ho inserito anche alcuni dati legati al business della cartomanzia e dell’astrologia. Perché resto soprattutto una giornalista: mi piace osservare i fenomeni umani, anche quelli lontani da me, e capire cosa raccontano della società in cui viviamo».

La nostra Basilicata anche questa volta compare tra le pagine. Il legame con la tua terra d’origine è sempre forte. Cosa aggiunge al testo?

«La Basilicata per me non è mai soltanto uno sfondo. È una specie di geografia dell’anima. Anche questa volta torna nel romanzo con i suoi paesi arrampicati sulle rocce, i sapori forti, le persone schiette. Parlo della slittovia delle Dolomiti Lucane, di Castelmezzano – paese dell’amico prete di Arabella -, del Volo dell’Angelo tra Castelmezzano e la dirimpettaia Pietrapertosa, dei peperoni cruschi, dell’olio, di quei sapori che per me sono memoria immediata. Scherzando dico sempre che il mio rapporto con la Basilicata assomiglia un po’ a quello con un amante. Ci prendiamo il meglio. E quindi diventa tutto bellissimo. Vorrei davvero che più persone la scoprissero, se ancora non l’hanno fatto. Perché è una terra che ti entra dentro piano e poi resta».

Ci sono pagine ad alto tasso erotico. Come è stato scriverle?

«Con parecchio pudore, a dire la verità. E anche con molte riscritture. Non volevo scene costruite solo per “mostrare” il sesso, mi interessava raccontare quello che succede emotivamente tra due persone quando si desiderano davvero. Perché l’erotismo, secondo me, non sta soltanto nei corpi. Sta nelle esitazioni, nelle parole dette male, nei messaggi aspettati, nei dettagli che uno si ricorda per anni e l’altro magari ha già dimenticato. Sta nei ricordi, nella pelle che ha memoria e in quelli che io definisco incastri perfetti, ma rari. Trovo che scrivere scene erotiche sia molto difficile e per questo mi sono aiutata anche con romanzi e letture sul tema, cercando però di mantenere delicatezza, ironia e autenticità. E del resto in una coppia credo che il desiderio sia importante. Anche se, senza spoilerare, nel libro ho inserito pure altri aspetti che oggi riguardano sempre più coppie».

Arabella è stata definita da Elle “la Bridget Jones made in Italy”. Che effetto ti fa questo paragone così bello?

«Mi fa sorridere che Arabella venga percepita così vicina alle donne. Grazie ad Alessandra Pon di Elle per questo paragone. Bridget Jones resta un personaggio amatissimo proprio per le sue imperfezioni e ci ha fatto sentire meno sbagliate. Se anche Arabella riuscisse a fare lo stesso, sarei felicissima. Anche perché sono già molte quelle che mi scrivono: “Arabella è una di noi”».

Visto l’appeal letterario della tua protagonista, i lettori possono sperare in un terzo romanzo su di lei?

«Di getto direi di no. I sequel sono impegnativi, perché hai sempre il timore che possano non funzionare o non essere all’altezza dell’affetto che i lettori hanno costruito per i personaggi. La mia editrice, Rossella Bianco, me l’ha già chiesto, anche se scherzando. Io, per stare tranquilla, forse in un terzo romanzo farei morire tutti, così nessuno potrebbe chiedermene un quarto. Battute a parte, chissà. La vita adulta fornisce materiale narrativo praticamente infinito. E magari mi piacerebbe raccontare un incontro per caso tra Arabella e Ludo quando saranno vecchi. Perché certe emozioni, anche se cambiano forma, non si dimenticano mai».

Rossella Montemurro

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