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“La nebbia e il fuoco”, intervista con Roberto Cotroneo sul suo ultimo romanzo

Un libro che parla della missione dell’insegnamento, della Scuola nella metà degli anni ‘70, con protagonista uno stimato e atipico professore che è stato partigiano. E’ quanto narrato nell’ultimo romanzo di Roberto Cotroneo dal titolo “La nebbia e il fuoco” (Feltrinelli). L’autore, noto intellettuale, già giornalista di prestigiose testate come L’Espresso e Il Corriere della Sera ha pubblicato diversi romanzi di successo tra cui ricordiamo “Presto con fuoco” (1995 – Premio selezione Campiello), “Otranto”, “Loro”; saggista, ha curato per i Meridiani Mondadori l’edizione delle Opere di Giorgio Bassani. Nei giorni scorsi Cotroneo è stato ospite a Bisceglie alle Vecchie segherie Mastrototaro dove ha presentato la sua ultima opera in un fruttuoso dialogo con Luciano Gigante, già docente nei licei. Nell’occasione lo abbiamo intervistato.

“ La nebbia e il fuoco”, perché questo titolo? Qual è il significato?

E’ un libro ambientato in un luogo, Alessandria la mia città, dove la nebbia è stata protagonista per decenni finché, oggi,  a causa dei mutamenti climatici non c’è quasi più. E poi il fuoco, ossia il fuoco della Resistenza, delle armi dei partigiani. Da noi in Piemonte la Resistenza ha avuto un particolare significato, anche dal punto di vista letterario, basta pensare a Fenoglio, Pavese, Calvino e tanti altri.

Il protagonista è un professore che è stato partigiano…

Il punto di partenza è la scoperta da parte mia di un passato da partigiano di un professore di inglese del Liceo. Quindi parlo di Resistenza, ma in realtà questo è un libro sulla memoria, sull’insegnamento, sulla mistica dell’insegnamento del suo grande significato, del rapporto tra allievo e professore e racconta in qualche modo il Nord, quel Nord dove io ho vissuto. Narra anche di cos’è e a cosa serve la letteratura, certamente in una forma di romanzo.

E’ stato realmente il suo professore?

Sì. Si chiamava Aldo ed è morto nel 2004. In questo libro tutto ciò che viene raccontato è vero.

E com’era, che personalità aveva?

Molto affascinante. Una persona di quelle che sapevano smuovere le coscienze e sapevano insegnare in  maniera non convenzionale, anticonformista mettendo in collegamento noi studenti con le cose lontane che poi si univano l’una con l’altra.

Cosa le ha lasciato in eredità?

Se non lo avessi conosciuto, oggi non sarei un scrittore. Mi ha insegnato più lui di molti celebratissimi maestri che avrei conosciuto dopo negli anni ‘80 lavorando all’Espresso e vivendo il mondo della cultura e della letteratura italiana di quegli anni.

Com’è cambiata la Scuola di oggi e i ragazzi rispetto al periodo in cui lei  frequentava il liceo?

Per me è un po’ difficile rispondere a questa domanda perché io in questi ultimi 30 anni ho insegnato all’Università e quindi ho avuto allievi più grandi. Non ho un’idea precisissima di come siano i ragazzi di 15/16 anni oggi e di come si pongono di fronte alla letteratura, alla lettura e a tutte quelle belle cose di cui si parla in questo libro. Temo che non sia più la stessa cosa e che i ragazzi siano più distratti e meno consapevoli di quanto lo eravamo noi, perché hanno una quantità di stimoli e distrazioni che allora non avevamo.

Posso chiederle cosa pensa delle parole di Papa Leone XIV che nei giorni scorsi parlando con i giornalisti ha detto che si dovrebbe “disarmare le parole per disarmare la Terra”, nel senso di non usare parole che portino a uno scontro ma a un incontro?

Le condivido appieno. Disarmare le parole per disarmare la Terra è una bellissima espressione e io credo che quel vecchio detto “Ne uccide più la penna che la spada” sia obiettivamente e assolutamente attuale. Dovrebbero disarmare un po’ tutti le parole non solo i giornalisti che alle volte le usano in modo irresponsabile. Secondo me dovrebbero disarmarle anche i potenti, i politici, i Capi di stato che le usano a sproposito. In questo senso il mio libro ha una sua attualità perché Aldo è un professore che non dice mai “Io”, è capace di silenzi, di insegnare senza armare le parole, rendendole disarmate ma pregnanti e profonde.

Siamo in Puglia, terra dove lei viene spesso. In particolare alla città di Otranto lei ha dedicato nel ’97 un romanzo visionario che ha avuto anche un notevole successo e tratta della potenza della luce meridiana, dei fantasmi, dei martiri dell’invasione saracena del 1480. Qual è il ricordo che ha di questo libro?

Le racconto un aneddoto. Questo libro l’ho scritto senza mai rileggerlo e quando la gente mi chiedeva di cosa trattasse io rispondevo “non lo so”. Quando lo finii fui preso da un terrore perché avevo quasi paura che non mi piacesse. Ecco, questo libro è il meno corretto di tutti miei romanzi, è stato pubblicato per come lo avevo buttato giù.

A proposito di luce meridiana e di città del Mezzogiorno è mai stato a Matera?

Sì, nel corso della tappa di una milanesiana, con Elisabetta Sgarbi e altri autori. Matera è una città che ha una luce molto particolare, è un posto molto bello e suggestivo, anche per chi soffre di vertigini come me!

Filippo Radogna

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