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Il prof. Incampo: “Separare il saper fare dal saper vivere, come affermava Einstein in una delle sue fulminanti massime: “L’intelligenza sa uscire dai problemi. La saggezza sa come evitarli””

C’è una sottile, ironica linea di demarcazione che separa il saper fare dal saper vivere. La riassunse mirabilmente Albert Einstein con una delle sue fulminanti massime: “L’intelligenza sa uscire dai problemi. La saggezza sa come evitarli”. Una verità vecchia come il mondo, eppure oggi drammaticamente rivoluzionaria in una società che sembra aver fatto dell’iper-attivismo la sua nuova e indiscutibile religione.

Viviamo nell’era degli instancabili risolutori. 

Premiamo chi spegne gli incendi, chi districa nodi burocratici complessi, chi trova l’algoritmo miracoloso per rimediare a un errore di sistema.

L’intelligenza — intesa come pura capacità logica, rapidità di calcolo, acume e reattività — è la dote più richiesta sul mercato del lavoro, la più monetizzabile e la più celebrata sui palcoscenici dei social media. Siamo diventati bravissimi, quasi dipendenti, dal brivido di “uscire dai guai”. 

Ma la domanda che dovremmo porci, sollevando lo sguardo dallo schermo, è un’altra: come ci siamo finiti dentro?

Il paradosso della nostra epoca risiede in una strana cecità selettiva: tendiamo a confondere l’efficienza con la lungimiranza. 

Se un manager gestisce una crisi aziendale devastante lavorando settanta ore a settimana, viene celebrato come un leader eroico. Ma se un altro manager, mesi prima, avesse pianificato la strategia con tale prudenza da evitare del tutto quella stessa crisi, la sua figura passerebbe inosservata. La sua bravura avrebbe prodotto un “non-evento”.

Questo accade perché la saggezza è strutturalmente silenziosa. Non fa notizia, non produce metriche facilmente quantificabili, non cerca l’applauso della folla. Se un medico convince un paziente a cambiare radicalmente stile di vita, prevenendo una patologia cronica, non ci sarà nessun intervento chirurgico da record da sbandierare nei congressi. La prevenzione, in ogni campo dell’esistenza umana, è il trionfo della saggezza, ma l’opinione pubblica preferisce di gran lunga la narrazione epica del salvataggio in extremis.

I greci antichi avevano una parola specifica per definire questa dote: phrónesis, la saggezza pratica.

Non era la sapienza astratta dei filosofi che contemplano gli astri, ma la capacità di navigare nel mondo prendendo la decisione giusta al momento giusto, valutando il bene e il male non solo per sé, ma per la comunità.

Se l’intelligenza è un muscolo scattante che reagisce allo stimolo presente, la saggezza è uno sguardo lungo, una prospettiva zenitale. L’intelligente affronta la tempesta con coraggio e perizia tecnica; il saggio guarda il barometro, ascolta il vento e decide che non è il giorno giusto per salpare.

Oggi, tuttavia, questa capacità di astensione viene spesso scambiata per passività o, peggio, per mancanza di audacia. La cultura della performance ci impone di essere sempre “sul pezzo”, reattivi a ogni notifica, pronti a controbattere a ogni provocazione.

L’assenza di saggezza è visibile anche macrosocialmente. L’intelligenza artificiale e la tecnologia avanzano a ritmi vertiginosi, risolvendo problemi complessi in pochi secondi, dalla logistica alla diagnostica medica. Eppure, questa monumentale intelligenza artificiale non possiede un briciolo di saggezza: non sa prevedere l’impatto psicologico dell’isolamento digitale, né la polarizzazione del dibattito pubblico causata dagli algoritmi di raccomandazione. Abbiamo creato macchine incredibilmente intelligenti che ottimizzano i processi, ma spetta ancora alla saggezza umana capire verso quale direzione quei processi debbano dirigerci.

Coltivare la saggezza nel XXI secolo non significa dunque essere vigliacchi o nostalgici del passato. Al contrario, richiede un coraggio quasi sovversivo: il coraggio di rallentare quando tutti accelerano, l’umiltà di riconoscere i propri limiti prima che sia la realtà a presentarcene il conto, e la capacità di dire “no” a un’opportunità apparentemente vantaggiosa se questa mina il nostro equilibrio a lungo termine.

L’intelligenza ci renderà sempre più veloci, efficienti e competitivi. È un’arma formidabile, indispensabile per riparare i pezzi di un mondo che continuamente si rompe. Ma è solo la saggezza che può mantenerlo integro prima del danno.

Forse è arrivato il momento di riscrivere l’ordine delle nostre priorità sociali, educative e personali. Dobbiamo smettere di applaudire soltanto chi riesce a tirarsi fuori dai labirinti a testa alta, coperto di gloria e di sudore. È tempo di iniziare a valorizzare, a premiare e a ringraziare chi, con discrezione e sguardo lungo, quel labirinto ha saputo leggerlo in anticipo, prendendoci per mano e mostrandoci la strada per girargli al largo.

Nicola Incampo

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