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Il prof. Incampo: “Simboli religiosi a scuola e nello spazio pubblico, verso un dialogo possibile”

“Non è integrazione non fare il presepe e festeggiare il Ramadan” è una frase che riassume uno dei fronti più accesi del dibattito pubblico italiano: quello sui simboli religiosi a scuola e nello spazio pubblico.  Al centro c’è la domanda se l’inclusione delle minoranze debba passare attraverso la rimozione di elementi della tradizione cristiana maggioritaria, come il presepe di Natale, mentre si aprono spazi di riconoscimento per feste e ricorrenze di altre religioni, in particolare l’islam.

Negli ultimi anni il presepe è spesso finito al centro di polemiche politiche e mediatiche, con casi di scuole che hanno ridimensionato o annullato recite e allestimenti natalizi, talvolta in nome della laicità o del rispetto degli alunni di altre fedi.  In parallelo, alcune iniziative legate al Ramadan – dalla chiusura straordinaria di scuole a incontri con imam e visite in moschea – sono state lette da una parte dell’opinione pubblica come “favori” a senso unico, alimentando la percezione di una laicità applicata a geometria variabile.

Il presepe, nato in forma “moderna” con san Francesco a Greccio e diffusosi capillarmente in tutta la penisola, è diventato per molti non solo un simbolo religioso ma anche un tratto identitario della cultura italiana.  Non stupisce quindi che un disegno di legge presentato negli ultimi anni abbia provato a “blindarne” la presenza nelle scuole, vietando di impedire iniziative come presepi e recite legate alle festività cristiane, con reazioni contrastanti tra dirigenti scolastici e sindacati.

Sul fronte opposto, forze politiche e associazioni laiche ricordano che la scuola italiana è costituzionalmente laica e che ogni imposizione normativa su simboli e riti religiosi rischia di comprimere l’autonomia didattica e la libertà di coscienza, in particolare in classi ormai multietniche e plurireligiose.  La questione, osservano alcuni commentatori, non è solo se mantenere o meno il presepe, ma come trasformare le ricorrenze religiose in occasioni educative, evitando che diventino bandiere ideologiche.

Non manca, nel dibattito, la voce di intellettuali e rappresentanti musulmani che contestano la logica “dell’integrazione per rimozione”.  Secondo alcuni, ad esempio, prima di cancellare presepi e simboli cristiani “per non offendere” sarebbe opportuno chiedere direttamente ai musulmani, molti dei quali rispettano la Natività di Gesù e in diversi paesi islamici partecipano anche a tradizioni natalizie di tipo culturale.  In questa prospettiva, il problema non sarebbe la coesistenza di presepe e Ramadan, ma il fatto che altri parlino a nome delle minoranze senza interpellarle.

Alcuni progetti scolastici e associativi hanno provato a rovesciare la narrazione conflittuale, proponendo il presepe come “simbolo di integrazione”, invitando bambini di origini diverse a partecipare all’allestimento e a raccontare le proprie tradizioni, senza rinunciare a nessuna.  L’idea di fondo è che l’integrazione non consista nel sostituire una festa con un’altra, ma nel far convivere, spiegandole e contestualizzandole, le ricorrenze importanti per la comunità di arrivo e per le comunità di origine.

La frase “Non è integrazione non fare il presepe e festeggiare il Ramadan” dà voce a un sentimento diffuso in una parte del Paese: il timore che, nel tentativo di non escludere nessuno, si finisca per cancellare la tradizione maggioritaria.  Dall’altro lato, chi insiste sulla laicità teme che la difesa identitaria del presepe diventi uno strumento di contrapposizione verso chi professa altre fedi o non ne professa alcuna.

Tra questi due poli, esperienze locali mostrano che è possibile percorrere strade diverse: scuole che espongono presepe e al tempo stesso rispettano il Ramadan degli alunni musulmani, amministrazioni che promuovono concorsi sul presepe come occasione di dialogo, comunità che scelgono di vivere le feste come tempo di incontro e non di scontro.  L’esito di questo confronto dirà molto su quale modello di integrazione l’Italia intende adottare: se un modello di sostituzione e contrapposizione, o uno di sovrapposizione e riconoscimento reciproco, in cui presepe e Ramadan non siano alternative, ma due momenti diversi di una stessa società plurale.

Nicola Incampo

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