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Il prof. Incampo: “La figura di San Filippo, con la sua attenzione alla gioia semplice, sembra dare il permesso a Roma di trovare sacralità nel quotidiano”

Quando arrivo a Roma la città sembra sempre assumere un sorriso diverso, ma c’è un angolo che mi richiama ogni volta: il pensionato vicino a Chiesa Nuova. Non cerco hotel di lusso; preferisco quella modestia ospitale fatta di tappeti consumati, odore di caffè e proprietari che ti chiamano per nome.

È un luogo che impone lentezza: la colazione è una conversazione, la stanza è un rifugio che prepara il passo successivo.
A poche decine di metri sorge la Chiesa Nuova, dove la presenza di San Filippo Neri si avverte più nei gesti dei fedeli che nelle decorazioni.

Salutare San Filippo è per me un rito lieve: una sosta nella navata, mani giunte non tanto per implorare, quanto per prendere un respiro.

È un piccolo atto quotidiano che serve a mettere in ordine l’animo e le priorità, a ricordare perché si è venuti in città: non per accumulare luoghi visitati, ma per restare presenti.
Le viuzze intorno raccontano storie di vita: panni stesi, botteghe antiche, anziani che chiacchierano su una panchina.

La figura di San Filippo, con la sua attenzione alla gioia semplice, sembra dare il permesso alla città di trovare sacralità nel quotidiano — nel caffè sospeso, nella conversazione allegra, nella bellezza che non pretende.

Salutare il santo diventa allora riconoscere che la grazia può essere un micro-atto, non sempre un segno clamoroso.
Col tempo il mio saluto ha cambiato sapore.

Da gesto quasi obbligato è diventato momento di conto con me stesso: cosa porto davvero in valigia oltre alle scarpe e ai documenti?

Quali attese lascio alla porta del pensionato?

Quell’attimo nella chiesa mi aiuta a ricalibrare, a scegliere la lentezza come scelta intenzionale del viaggio.
Il pensionato ospita viaggiatori diversi e, in quella mescolanza, la città respira meno competitiva.

La stanza modesta e la colazione semplice ricordano il motivo per cui torno: cercare cura nelle piccole cose.

Ogni saluto a San Filippo è simile ma unico, perché varia il mio stato d’animo: a volte ringrazio, altre cerco tregua, altre ancora saluto con un semplice “ciao” a una città indulgente.
Forse è questo che rende Roma così affascinante: offre rituali non giudicanti che permettono di essere insieme spettatori e partecipanti.

Salutare San Filippo Neri non è un obbligo religioso ma una maniera gentile di entrare in sintonia con il luogo.

Quando riparto, non porto solo fotografie ma una calma più distesa, come se la città mi avesse restituito un pezzetto di ordine interiore utile a riprendere il cammino.

Nicola Incampo

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