“In Italia non c’è nulla di più provvisorio del definitivo e nulla di più definitivo del provvisorio”. Questa perla ironica, coniata da Giuseppe Prezzolini nel 1922, descrive con lucidità tagliente un paradosso amministrativo che, un secolo dopo, continua a frenare il Paese: misure temporanee che si eternizzano, soluzioni definitive che evaporano.
Immaginate di aspettare un permesso per anni, solo per scoprire che la norma “provvisoria” che lo regola è diventata legge immutabile, mentre la riforma “definitiva” annunciata con fanfare viene smantellata alla prima crisi.
È questo il cuore dell’aforisma attribuito a Giuseppe Prezzolini, intellettuale toscano tra i più acuti del Novecento.
Nel suo Codice della vita italiana (1922), Prezzolini dedica un capitolo alle leggi per denunciare come l’Italia trasformi il transitorio in perenne e il perenne in effimero.
La frase, non sempre citata verbatim ma cristallizzata in varianti popolari come “Non c’è niente di più sicuro del provvisorio”, cattura un’essenza universale: la burocrazia come arte del rinvio infinito.
Giuseppe Prezzolini (1882-1982), fondatore della rivista La Voce e critico letterario di respiro europeo, non era un ideologo ma un osservatore spietato. Esule negli Stati Uniti durante il fascismo, tornò in Italia nel dopoguerra con lo stesso spirito laico e corrosivo.
Nel Codice, descrive l’Italia come un Paese dove “le leggi provvisorie durano più delle definitive” perché nessuno osa toccarle, per paura di aprire voragini amministrative.
Questo meccanismo, radicato nel parlamentarismo post-unitario, si è perpetuato: pensate ai governi tecnici, dal Ciampi del 1993 al Draghi del 2021, nati “per il tempo necessario” ma rimasti a lungo al timone; o ai decreti-legge, che la Costituzione prevede come eccezione ma che il “Milleproroghe” annualizza dal 1988, accumulando oltre 1.500 norme procrastinate.
L’attualità, nel marzo 2026, amplifica il paradosso. Con l’influenza del secondo mandato di Donald Trump – rieletto nel 2024 e inaugurato nel gennaio 2025 – che spinge riforme deregolamentate negli USA, l’Italia arranca sul Pnrr: fondi europei da 191 miliardi, ma ritardi cronici su digitalizzazione e giustizia, con “provvedimenti urgenti” che si rinnovano senza fine.
Letterariamente, l’aforisma riecheggia Eraclito – “tutto scorre” – ma capovolto: in Italia, il fluire si blocca nel provvisorio.
La frammentazione partitica post-1948 ha favorito leggi omnibus per accontentare lobby, rendendo il provvisorio un comodo escamotage.
La Corte Costituzionale ha bocciato decine di decreti “abuso”, ma il Parlamento li ricicla.
Prezzolini non era pessimista: nel Codice proponeva un “italiano utile”, pragmatico.
Oggi, serve lo stesso: una legge quadro anti-provvisorio, con tempi perentori su decreti e commissariamenti, ispirata a modelli nord-europei.
In un’Italia di classici letterari – da Dante a Calvino – questo aforisma è più di una battuta: è un monito filosofico, che invita non a lamentarsi, ma a cambiare. Rompere il circolo vizioso significherebbe onorare il suo spirito: rendere il provvisorio davvero tale, e il definitivo inattaccabile.
Nicola Incampo
