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Enzo Tortora e il “pozzo della vergogna”. Una riflessione del prof. Incampo

L’altro giorno leggevo una frase che Enzo Tortora scrisse alla moglie “Più crolli nel pozzo della vergogna, più hai desiderio di volare” — racchiude un’intera biografia interiore, non solo un aforisma ben riuscito. Parla di un uomo travolto dall’ingiustizia, messo alla gogna, esposto allo sguardo feroce dell’opinione pubblica, e tuttavia capace di trasformare l’abisso in altezza interiore.

Il “pozzo della vergogna” non è solo il carcere materiale, ma anche quello simbolico: è il luogo in cui non sei più ciò che eri per gli altri, ma diventi un’etichetta, un titolo di giornale, un volto associato al sospetto. Nel pozzo, il nome proprio si dissolve dentro una parola sola: “colpevole”, “disonesto”, “indegno”.

Lì, l’umiliazione non riguarda soltanto l’onore ferito, ma la percezione stessa di sé. Ti domandi: “Chi sono, se tutti mi vedono così? E se questa ombra finisse per diventare la mia vera immagine?”. Il pozzo è perciò un luogo di frattura: tra ciò che sai di essere e ciò che gli altri decidono che tu sia.

Per Tortora, questo pozzo è stato alimentato da una macchina gigantesca: titoli urlati, accuse infamanti, un processo che lo ha reso spettacolo. Ma, in forme più piccole, ognuno conosce il suo pozzo: un errore che pesa, una vergogna privata, un giudizio che ti segue, un fallimento che ti sembra definitivo.

Quando si scende davvero in profondità, qualcosa si spezza ma qualcosa, contemporaneamente, si chiarisce. Nel crollo, cadono molte illusioni: l’idea di controllare tutto, la fiducia cieca nel riconoscimento degli altri, la sicurezza costruita su ruoli e successi. Il pozzo della vergogna diventa allora, paradossalmente, un luogo di verità nuda.

Ci si trova soli con la propria coscienza, e le domande cambiano: non più “cosa penseranno di me?”, ma “che persona voglio essere, anche dentro questo buio?”. L’ingiustizia subita, pur atroce, può diventare una lente per distinguere ciò che è essenziale da ciò che è solo scena, applauso, consenso momentaneo.

Per Tortora, parlare di questo pozzo in una lettera alla donna amata significa compiere un atto di estrema sincerità: non maschera la vergogna, non la minimizza, non finge forza. La riconosce, la chiama per nome. È proprio questo riconoscimento che apre lo spazio per qualcosa di nuovo: il desiderio di volare.

Il “desiderio di volare” che Tortora evoca non è un sogno ingenuo di evasione, né un semplice “uscirne” per tornare come prima. Volare significa andare oltre, trasformare il dolore in un punto di slancio, non di arresto.

Chi ha toccato il fondo conosce la differenza tra il voler scappare e il voler volare. Scappare è cercare un altrove in cui dimenticare tutto; volare è cercare un’altezza interiore in cui nulla venga dimenticato, ma trasfigurato. Il male subito, la vergogna, l’umiliazione diventano ferite che non si cancellano, ma che smettono di definire la persona in modo totale.

Il volo, in questo senso, è anzitutto morale: è il rifiuto di lasciare che l’ingiustizia ti trasformi in ciò che non sei. È non cedere al cinismo, non diventare rancorosi, non ridurre l’esistenza a un processo di vendetta. È la scelta di restare fedeli a se stessi quando sarebbe più facile lasciarsi corrompere dall’odio o dalla disperazione.

Il cuore della frase sta in quel “più… più…”. Non dice “quando crolli nel pozzo hai desiderio di volare”, ma “più crolli, più hai desiderio di volare”. È un crescendo, quasi una legge interiore: l’intensità della caduta può aumentare la nostalgia del cielo.

Il dolore profondo, se non ti distrugge, affina lo sguardo. Quando hai provato l’ingiustizia sulla pelle, impari a intuire il peso delle ferite altrui; quando sei stato imprigionato nel giudizio sociale, diventi più cauto nel giudicare; quando hai visto quanto è fragile la reputazione, diventi più attento alla dignità silenziosa, quella che non ha bisogno di applausi.

In alcuni momenti della vita, ciò che sembrava il punto finale si mostra come un punto di svolta. È come se l’essere scesi tanto in basso rendesse impossibile accontentarsi di una vita superficiale: nasce un bisogno più radicale di verità, di autenticità, di giustizia non solo per sé, ma anche per gli altri.

Il ruolo dell’amore in mezzo al buio

Non è secondario che Tortora scriva questa frase alla moglie. Il pozzo è un luogo di solitudine, ma l’amore — quello vero, non retorico — è la corda che continua a scendere fin lì, quando tutto il resto si è ritirato.

Scrivendo a lei, egli confessa la propria caduta, ma insieme le confida anche il suo desiderio di volo. Non si mostra solo come vittima, ma come uomo che sta lottando per non farsi annientare. È un modo per dire: “Sto precipitando, ma dentro di me qualcosa continua a cercare il cielo. Aiutami a non dimenticarlo”.

In ogni storia personale, esiste qualcuno a cui, anche nel pozzo, si continua a scrivere — fosse pure solo in un dialogo interiore: una persona amata, un amico, una figura spirituale, perfino un Dio in cui si crede o si torna a credere. Questo dialogo è già un primo battito d’ala: vuol dire che non accetti di restare chiuso nel buio senza testimoni, senza relazione.

Una lezione per la nostra epoca

La vicenda di Tortora parla con forza a un tempo come il nostro, in cui il “pozzo della vergogna” ha spesso la forma di un processo mediatico: un errore, una frase, una fotografia, e una persona viene trascinata nell’abisso del giudizio pubblico, spesso senza reale possibilità di difesa.

Eppure, la frase suggerisce che l’ultima parola non spetta al coro che condanna, ma a ciò che, nel cuore di chi soffre, continua a desiderare il cielo. Non è un invito a subire in silenzio, ma a non identificarsi totalmente con l’immagine che gli altri ti impongono.

Per chi guarda dall’esterno, queste parole sono un richiamo alla prudenza e alla misericordia: dietro ogni “caso”, ogni “scandalo”, c’è un essere umano che sta vivendo il proprio pozzo. Per chi invece si sente dentro quel pozzo, la frase di Tortora può diventare una piccola lampada: se oggi senti solo la caduta, non è detto che tu abbia smesso di preparare, senza accorgertene, il tuo volo.

Riscatto e dignità

Resta, infine, il tema del riscatto. Il volo non significa necessariamente, in questa vita, ottenere giustizia piena agli occhi di tutti. A volte, la verità storica arriva tardi; altre volte, non arriva affatto. Ma il volo che Tortora evoca è anche e soprattutto un riscatto della coscienza: sapere di non essersi arresi alla menzogna, di non aver barattato la dignità per il quieto vivere.

In questo senso, il suo messaggio non è solo autobiografico. È una consegna: quando cadi nel pozzo della vergogna, non dimenticare che, paradossalmente, proprio lì può nascere in te un desiderio più grande di luce, di giustizia, di bene. E anche se nessuno lo vede, quel desiderio di volare è già il primo segno che il pozzo non ha avuto l’ultima parola su di te.

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