Ieri, nella cappella del carcere, ho partecipato a una celebrazione che porto nel cuore. Per mesi ho seguito un gruppo di detenuti nella preparazione al sacramento della cresima: siamo partiti in una decina, con incontri settimanali fatti di dialogo, letture, preghiera e condivisione. Il cammino però si è lentamente assottigliato: trasferimenti, scarcerazioni e spostamenti amministrativi hanno fatto sì che, alla fine, fossero soltanto due i fratelli che hanno potuto ricevere la confermazione. Quel calo di numeri avrebbe potuto scoraggiarci, invece ha reso più evidente il valore di ogni singolo incontro e la qualità della relazione costruita.
Fin dall’inizio ho scelto di mettere al centro un tema semplice ma profondo: la fiducia in Dio. Non si trattava di fornire risposte pronte, ma di mostrare Cristo come riferimento concreto, capace di accompagnare anche nelle ferite più profonde. Abbiamo lavorato su passi del Vangelo, su storie di conversione, ma soprattutto abbiamo ascoltato: ognuno ha portato il proprio vissuto, le proprie domande, le proprie resistenze. Mi hanno colpito le domande più semplici e sincere — sulla preghiera, sulla colpa, sulla possibilità di ricominciare — perché hanno rivelato un desiderio autentico di senso e di dignità.
Ci sono stati momenti di grande umanità: silenzi che parlavano più di mille parole, risate che rompevano la tensione, confidenze che arrivavano al termine della riunione quando sembrava che nulla di importante fosse stato detto. Una mattina uno dei detenuti mi ha chiesto se potevo essere il suo padrino. In quel gesto ho colto fiducia e stima, ma anche una sfida personale: essere garante di fronte alla comunità e di fronte a Dio. Ho provato emozione, responsabilità e una forte consapevolezza del compito che mi veniva affidato.
La celebrazione di ieri è stata intensa. Il vescovo, nell’omelia, ha parlato di discontinuità: ha ricordato che la vita non è una linea ininterrotta e che esistono momenti in cui è possibile interrompere il corso di scelte sbagliate e orientarsi diversamente. Ha spiegato che il sacramento non magicamente cancella la storia, ma crea uno spazio nuovo in cui la persona può prendere in mano la propria vita con responsabilità rinnovata. Quelle parole hanno risuonato profondamente nella cappella: per molti dei presenti erano parole di speranza e per me sono state una conferma del senso del nostro impegno.
Ho visto espressioni che difficilmente dimenticherò: occhi che si illuminavano, mani che si stringevano, tanti piccoli segni di commozione. Per i cresimandi la cerimonia è stata una tappa importante, ma so che non è la fine del percorso: il sacramento apre a un cammino che chiederà responsabilità, sincerità e fatica. Per il volontario che li ha accompagnati — me compreso — è stato un momento di grande significato. Mi sono sentito chiamato a essere coerente, a sostenere con la presenza più che con le parole.
Questa esperienza, iniziata con una decina di fratelli e giunta fino a due cresimandi, mi ha lasciato alcune lezioni che vorrei condividere.
Primo: la costanza conta più dei grandi gesti. È il tempo condiviso, anche quando sembra che niente accada, a costruire fiducia.
Secondo: l’ascolto è una forma di carità. Dare spazio alle storie altrui senza volerle subito risolvere crea percorsi di apertura.
Terzo: la fede, proposta con semplicità e attenzione, può diventare punto di riferimento anche nei contesti più fragili. Presentare Cristo come compagnia e non come condanna permette alle persone di riprendere contatto con la propria dignità.
Dal punto di vista comunitario, la celebrazione ha ricordato a tutti noi — operatori, volontari, autorità ecclesiastiche e detentiva — che la presenza religiosa nelle carceri non è soltanto rito: è accompagnamento, relazione e speranza. Quando la società osserva da lontano, può sembrare che i riti siano gesti rituali senza conseguenze. Ma lì dentro, tra muri e parole, questi gesti producono effetti concreti: relazioni che ricrescono, fiducia che si rinsalda, motivazioni che spingono a cercare strade diverse.
Se devo sintetizzare la giornata in un’immagine, penso a due persone che, nonostante un passato complesso, hanno pronunciato un “sì” che apre a nuove possibilità. Per me è stata la conferma che parlare di Cristo come riferimento arriva davvero anche quando la fiducia è stata ferita, e che la discontinuità di cui ha parlato il vescovo non è soltanto un concetto teologico, ma una possibilità reale di cambiamento.
Porterò con me i volti, le voci e le domande emerse in questi mesi. Continuerò a incontrarli dove possibile, con la certezza che l’impegno quotidiano — anche quando invisibile o frammentato — può seminare speranza. E spero che questa piccola storia sia letta non come un episodio isolato, ma come un invito a non abbandonare chi è ai margini, perché la fede, l’ascolto e la presenza possono davvero accompagnare alla trasformazione.
Nicola Incampo
