“Mai violenza, no bullismo, rifiutare fin da piccoli tutte quelle cause che causano divisione Tutti possiamo essere costruttori di pace, tanto necessaria in questo mondo”. Dall’invito di Papa Leone – ieri, rivolgendosi ai bambini che frequentano il catechismo nella parrocchia romana di Santa Maria della Presentazione, nel quartiere di Torrevecchia a Roma – a una quotidianità nella quale atti di bullismo tra bambini e adolescenti sono sempre più diffusi, con inevitabili ripercussioni dal punto di vista relazionale e sociale.
Ne abbiamo parlato con la dottoressa Caterina Francesca Armandi, psicologa e psicoterapeuta, nell’équipe medica dell’Anvamed.
Sono all’ordine del giorno casi di bullismo tra i più giovani. Non siamo di fronte solo a un problema di comportamento sociale, è un fattore di rischio per la salute fisica e mentale. Secondo lei, perché c’è questa escalation?
“Parlare di bullismo, oggi, davanti a casi in continuo aumento è di estrema importanza poiché negli ultimi tempi questo fenomeno ha assunto significato e peso sempre maggiori: non parliamo più infatti di conflitti tra pari o di dinamiche aggressive circoscritte al contesto scolastico ma di un fenomeno che nel tempo si è allargato ad altri contesti. Basti pensare al “cyberbullismo”, una forma di bullismo nel mondo virtuale dove il gruppo, non è più solo presente fisicamente ma diventa pubblico, digitale, permanente come accade su molti canali usati da ragazzi sempre più giovani (Instagram, Tik Tok…). Questo accesso “anticipato” oltre che una ridotta supervisione da parte degli adulti di riferimento, rappresenta uno dei primi fattori di questa escalation. Altro fattore importante da non sottovalutare è la costante esposizione di questi ragazzi al confronto sociale e alla costruzione di una identità “pubblica” in una fase della vita in cui il gruppo dei pari e il bisogno di autonomia prendono il sopravvento.
Inoltre, con l’uso eccessivo dei social, i ragazzi sono sempre più esposti ad una normalizzazione dell’aggressività: sono sempre più abituati ad una ironia umiliante, svalutante, alla cultura della visibilità e alla ricerca di consenso e approvazione per determinare una propria identità. Ed ecco che, in questi termini, il fenomeno del bullismo diventa espressione di un disagio non solo individuale, ma relazionale, collettivo trasformandosi in un fattore di rischio evolutivo in continua crescita”.
Da dove bisognerebbe iniziare per prevenire questo fenomeno?
“Il fenomeno del bullismo, come dicevamo, non riguarda soltanto la vittima o il bullo ma un intero gruppo. Pertanto, la prevenzione di tale fenomeno dovrebbe partire dalla costruzione di relazioni sane, basate sulla cultura del rispetto e su regole condivise. Da dove iniziare? Dalle basi: famiglia, scuola, gruppo dei pari e comunità, sono contesti di riferimento in cui è possibile lavorare su una buona educazione emotiva per aiutare i bambini a sviluppare empatia e a riconoscere e gestire le proprie emozioni, anche quelle più sgradevoli. A scuola, per esempio, contesto in cui i ragazzi trascorrono gran parte del proprio tempo, è fondamentale stabilire regole condivise contro il bullismo, applicare conseguenze coerenti ed avere figure di riferimento accessibili che insegnino ai ragazzi a chiedere aiuto e a riconoscere i primi segnali. Rispetto al fenomeno del cyberbullismo per esempio è importante spiegare ai ragazzi i rischi dei social e promuovere l’uso responsabile della tecnologia. In questo, anche la famiglia ha un ruolo fondamentale: i genitori devono favorire un dialogo costante basato sul rispetto e sull’ascolto, libero da ogni forma di giudizio ed essere attenti a possibili cambiamenti sul piano comportamentale, al fine di intervenire tempestivamente.
Spesso, di fronte a comportamenti poco rispettosi, mi capita di ascoltare frasi di questo tipo da parte dell’adulto: “Stava solo scherzando”, “Sono cose da ragazzi”.
In realtà, queste sono frasi che non attribuiscono il giusto peso all’azione, normalizzando e alimentando dunque un comportamento disfunzionale senza lasciare spazio alle emozioni che dall’altra parte la vittima può sperimentare. Ricordiamo che il bullismo si alimenta ogni volta che restiamo in silenzio, per paura o perché ne sottovalutiamo gli effetti. Attenzione ed interventi precoci invece aiuterebbero ad evitare l’escalation.”
Un ragazzo o una ragazza vittima di atti di bullismo, di solito non si confida con un adulto, spesso si vergogna e non chiede aiuto. Ci sono dei campanelli di allarmi che i genitori possono cogliere?
“Spesso i ragazzi fanno fatica a raccontare di essere vittime di bullismo. Questo accade perché sperimentano un mix di emozioni per loro difficili da esprimere e gestire come paura, vergogna, o senso di colpa. Per questo è fondamentale che gli adulti (genitori, insegnanti, educatori…) sappiano cogliere i campanelli di allarme più silenti ed indiretti. Tra questi per esempio è possibile osservare cambiamenti improvvisi sul piano comportamentale (maggiore chiusura, irritabilità, scatti di rabbia o pianto improvvisi, paura, ansia e pensieri svalutanti su sé stessi).
Si potrebbero verificare anche episodi rispetto al contesto scuola o attività un tempo svolte con piacere (il ragazzo potrebbe evitare feste, uscite con i coetanei, rifiutare spesso la scuola manifestando sintomi psicosomatici come mal di pancia, mal di testa o segnali ancora più profondi come disturbi del sonno, incubi, disturbi sul piano dell’appetito, ecc…). Altri segnali potrebbero riguardare anche il piano del rendimento scolastico (perdita di interesse rispetto a materie un tempo studiate con piacere, difficoltà di concentrazione e compiti non più eseguiti correttamente). Anche sul piano fisico si potrebbero presentare spesso dei segnali, per esempio: lividi non giustificati, vestiti o oggetti rovinati, di fronte ai quali il ragazzo non sa dare spiegazioni chiare.
Abbiamo parlato anche di cyberbullismo e chiaramente anche nel contesto social è fondamentale riconoscere dei campanelli d’allarme. Tra questi potremmo notare cambiamenti drastici nell’uso dei social, oppure una tendenza del ragazzino ad isolarsi mentre usa il cellulare, agitazione o eliminazione improvvisa di alcune chat. Tutti questi segnali, se messi insieme e soprattutto se persistenti possono rappresentare campanelli d’allarme meritevoli di ascolto ed attenzione.”
In che modo devono essere aiutati i ragazzi che subiscono bullismo?
“Aiutare un ragazzo vittima di bullismo significa lavorare su aspetti che il ragazzo sente di non avere: sicurezza, vicinanza emotiva e protezione immediata. Pertanto, per prima cosa è importante mettere il ragazzo in sicurezza interrompendo la situazione di rischio. In che modo? Informando la scuola (insegnanti, referente bullismo, dirigente), documentando eventuali episodi (soprattutto nel cyberbullismo), evitando incontri non supervisionati con chi compie gli atti. Altro aspetto fondamentale consiste nell’offrire ascolto autentico poiché il ragazzo dopo averne parlato, ha bisogno di sentirsi creduto, compreso, non colpevolizzato ma al contrario, accolto e supportato. Sappiamo bene che il bullismo colpisce l’autostima del ragazzo/a per cui l’adulto dovrebbe valorizzare i suoi punti di forza, incoraggiare attività in cui si sente competente (sport, arte, musica), lavorare sulle abilità assertive. Soprattutto a scuola è importante rafforzare il gruppo classe organizzando incontri mirati sul tema dando indicazioni specifiche anche rispetto a fenomeni di cyberbullismo (non rispondere ai messaggi offensivi, conservare prove (screenshot), bloccare e segnalare, ecc..
Lavorare su questi livelli permette al ragazzo di ricostruire maggiore sicurezza, migliorare l’assertività e favorire relazioni sociali più sane e funzionali, riconoscendo l’importanza del chiedere aiuto anche in uno spazio più contenuto e professionale come quello della psicoterapia, qualora la sintomatologia dovesse risultare intensa e persistente. In questo, noi adulti abbiamo un’importante responsabilità.”
La dottoressa Armandi è specializzata con Lode in Psicoterapia ad orientamento cognitivo-comportamentale integrato specialistico per infanzia e adolescenza con particolare riferimento alla psicopatologia dello sviluppo, ai disturbi da stress post-traumatico, alle disabilità cognitive ed evolutive.
Ha perfezionato le sue conoscenze partecipando dal 2016 ad oggi alla realizzazione del progetto di prevenzione sui Disturbi del Comportamento Alimentare (programma del ministero della salute: “Guadagnare Salute”; Macro Obiettivo: promuovere il benessere mentale nei bambini e negli adolescenti) in collaborazione con il reparto Disturbi del comportamento alimentare dell’ospedale di Matera “Madonna delle Grazie”.
Ha conseguito il titolo di Esperto della valutazione neuropsicologica in età adulta, nel 2021.
Ha frequentato il corso sulla REBT Evolutiva (Rational Emotive Behavior Therapy) nell’anno accademico 2018-2019 presso la scuola Humanitas di Roma avente come didatta la dott.ssa Roberta Verità, supervisor REBT Albert Ellis Institute New York.
Rossella Montemurro
