
“(…) Considerale pure tue compagne di viaggio, le paure, tutte le paure che hai dentro. Compagne che ti accompagnano lungo la vita, ma da cui ogni tanto devi distaccarti, per poter proseguire verso un’altra paura che ti aspetta. Prima avevi paura di far ruotare il bicchierino su un tavolo. Ora non più. Cancellata quella paura, si presenta il timore de di doverlo fare con un vassoio in mano. Ma tu continua pure ad andare avanti: tu e le tue paure da addomesticare”. È un barman di nome Zenzero, tendenzialmente filosofo, a regalare consigli a metà tra vita pratica e saggezza orientale al 17enne materano Gino che, nel 1974, ha scelto di trascorrere i mesi estivi sulla costa romagnola. Sarà un battesimo del fuoco, a lavorare come cameriere senza sosta in un ristorante pizzeria di Riccione insieme al coetaneo Gianni. I due amici sono partiti dalla città dei Sassi senza arte né parte, con l’incoscienza degli adolescenti e, Gino, con il sogno di incontrare il suo mito, Suzi Quatro, di cui è “dannatamente e meravigliosamente innamorato”: visto che a Matera non accade nulla, di certo tra Rimini e Riccione, potrà avere qualche chance in più.
Baristi Zen. Ondate e la ricerca dannata di Suzi Quatro (Robin&Sons) del giornalista e scrittore materano Biagio Tarasco racconta un’estate rocambolesca, quella del ’74, in cui nella vita del protagonista succede di tutto, in un susseguirsi di personaggi e situazioni che, narrati in maniera ritmata e brillante, avvincono il lettore. Baristi Zen è un memoir e racchiude vicende in parte realmente vissute dall’Autore.
Malgrado siano passati solo pochi mesi, quando Gino torna a Matera non è più un adolescente con le inevitabili insicurezze e fragilità che questa fase della vita comporta, ma un adulto con la testa sulle spalle, cresciuto in un soffio. Con uno stile diretto, accattivante e non sempre politically correct – ma in Baristi Zen siano pur sempre negli anni Settanta, e il libro è uno spaccato nitido di quel periodo – quello di Tarasco è un page turner che non ha niente da invidiare ai volumi di firme note presenti nella top ten dei più venduti.
Oggi, a sessant’anni, Tarasco ha capito che “bisogna assaporare il tempo senza dargli più alcuna importanza. E ho anche capito che a sedici anni mi sbagliavo: il tempo non è proiettato linearmente in avanti, ma è una stanza disordinata in cui sei capitato per uno strano miracolo dell’universo e nella quale ti conviene afferrare, forse anche a caso (perché no?), quello che ti va al momento. Per viverlo.”
“Incontrare” il te stesso adolescente per scrivere Baristi Zen credo sia stata un’esperienza ricca di contrasti. Puoi raccontarcela?
“Dopo aver scritto La Morte stanca, un romanzo introspettivo in cui parlo di tematiche universali con immersioni nel Buddismo facendo uso di una scrittura, lo confesso, ostica che rende difficile la lettura del libro, ho avvertito il bisogno di “disintossicarmi” ricorrendo a una scrittura e a un argomento più leggeri. Per farlo ho pensato di togliermi di dosso e dallo spirito le incrostazioni di tutta una vita, che ho riversato ne La Morte stanca, e di recuperare l’anima scanzonata e un po’ ingenua della mia adolescenza. In Baristi Zen, che è un romanzo semiautobiografico dove ho cambiato tutti i nomi tranne il mio e quello del mio amico materano, per uno strano miracolo del tempo incontro il me stesso adolescente mentre vive, e contemporaneamente mi racconta, la sua esperienza di cameriere a Riccione nell’estate del 1974. In questo incontro immaginario non ho avvertito alcun contrasto ma una complicità mai interrotta con il ragazzino che ero. Nello stesso tempo l’ho percepito distante, come se fosse un’altra persona conosciuta tanto tempo fa per la quale nutro molta ammirazione. L'”incontro” con lui credo mi abbia giovato regalandomi un po’ di freschezza e spensieratezza.”
Tra i tanti personaggi/compagni di viaggio di Baristi Zen, chi ti è rimasto impresso? Con qualcuno di loro sei rimasto in contatto?
“Fin dal primo momento sono stato colpito dal modo di fare di Gennaro, il pizzaiolo e padrone del locale. Nonostante il suo sguardo triste, la bassa statura e le movenze lente, sembrava emanare un potere segreto al quale non sfuggiva alcun particolare, anche psichico. Un giorno mi ha stupito quando mi ha rivelato, lui con la quinta elementare che ha iniziato a lavorare da bambino, che scriveva poesie e me ne ha recitata una. Gennaro ormai ci ha lasciati. Con Luciana invece, nel romanzo mia amica e collega cameriera nonché in quegli anni militante di Lotta Continua, pur non vedendoci da oltre quarantacinque anni, ci sentiamo, anche se raramente, per telefono. L’ultima volta è stata qualche giorno fa. Alla fine degli anni Settanta la sua ribellione è sfociata nella lotta armata. A Bologna, dove ancora oggi vive dopo aver scontato le sue pene, durante un’azione armata con una sua amica, sorella di un brigatista, è rimasta ferita e lasciata a terra creduta morta. Non è andata meglio all’amica, che è morta davvero, le hanno sparato.”
Cosa ti è rimasto della militanza anarchica?
“In Baristi Zen cito una frase di Jack Kerouac: “I grandi solitari non devono mai diventare branco”. L’esperienza adolescenziale dell’utopia anarchica, piena anche di letture, mi ha fatto maturare la consapevolezza che la libertà è una conquista fondamentale e coraggiosa, che ti fa stare bene con te stesso fortificandoti l’anima. Per ottenerla bisogna pensare sempre con la propria testa, a qualsiasi prezzo e senza paure. Spesso l’uomo, quando è in gruppo, si trasforma facilmente in gregge. Così le singole individualità vengono livellate, adattandosi in modo mansueto agli umori e alle scelte del gruppo, che si crede una forza. In realtà si è solo pronti, e proni, a seguire in massa qualsiasi individuo vestito di potere e autorità, anche se vengono impartiti ordini in contrasto con i propri valori personali. La persona viene cancellata. Conta solo la dinamica del gruppo, che l’individuo continua a seguire perché non ha mai sviluppato in sé la forza che dà una libertà consapevole. Magari in seguito se ne pentirà ma sarà troppo tardi. Nella storia dell’umanità gli esempi sono quasi infiniti. E purtroppo ne stiamo avendo conferma pure in questi ultimi anni in cui anche le cosiddette democrazie al potere ricorrono a una vergognosa propaganda per addomesticare le coscienze. Sicuramente Fabrizio De André, un grande anarchico, aveva ragione quando più di mezzo secolo fa cantava che “non ci sono poteri buoni”.”
La musica è una costante di Baristi Zen. È una tua passione?
“Lo è sempre stata. Ho tirato in ballo, nel titolo come nel romanzo, Suzi Quatro solo perché mi serviva una giusta cornice per la storia. In realtà in quegli anni difendevo a spada tratta non Suzi Quatro ma Lucio Battisti, accusato dai militanti di sinistra di fare musica commerciale e soprattutto di essere un fascista. Cosa, quest’ultima, non vera. In Baristi Zen cito un grande musicista purtroppo poco noto, Claudio Rocchi, scomparso prematuramente nel 2013. Secondo me il suo album del 1971, Volo magico numero 1, è il miglior disco della storia della musica italiana. Certi dischi, come certi libri o certi film, ti restano dentro, ti formano e continuano sempre a fare parte della tua vita e del tuo modo di essere. Senza farla troppo lunga sulla musica, posso dire che i cinque dischi da non perdere assolutamente sono, oltre a Volo magico numero 1, The Köln concert di Keith Jarrett, Absolutely live dei Doors, Wish you were here dei Pink Floyd e Second contribution di Shawn Phillips. È inutile sottolineare che ce ne sono ancora tantissimi che vale davvero la pena gustarsi con un buon impianto. Per esempio, un brano che non mi stanco mai di ascoltare è Stairway to Heaven dei Led Zeppelin nella versione live.”
Senza fare spoiler, dopo pagine tutto sommato leggere e spensierate, arrivato alla fine il lettore “subisce” un evento che interrompe quell’atmosfera. Perché questa scelta?
“Certo, il finale è un vero shock. Nessun lettore se l’aspetta. Ogni volta che lo rileggo mi commuovo. Comunque, senza fare spoiler, quel finale, che può sembrare inverosimile, in realtà si è verificato davvero anche se in altre modalità e in un tempo diverso. Ricordo ancora una volta che il romanzo è semiautobiografico.”
C’è una costante: quel “se fossi rimasto a Matera non avrei incontrato…, non sarei riuscito a…, quando mai se fossi rimasto a Matera…” L’esperienza umana e lavorativa a Riccione è stata uno spartiacque. Se avessi avuto oggi, nell’era dei social, 17 anni come sarebbe stato il tuo percorso?
“È stata un’esperienza che posso considerare davvero uno spartiacque nella mia vita. Una specie di rito di passaggio. Quello del cameriere è un lavoro che richiede fatica fisica e psichica. Impari a conoscere la psicologia, ma anche i limiti, della varia umanità che si siede ai tuoi tavoli, fra i quali correvo come un dannato fino, in piena stagione, a diciotto ore al giorno. Leggendo Baristi Zen si comprende bene cosa comporta il duro mestiere del cameriere. Anzi, può essere considerato come una specie di manuale sull’arte del cameriere che, come suggeriscono il titolo e gli insegnamenti del barista del romanzo, se presa con il giusto verso può avere molte affinità con lo Zen. Non ho idea di come sarebbe stato il mio percorso se avessi avuto diciassette anni oggi, in quest’epoca in cui tutto è collegato e spesso si finisce per litigare in rete senza essersi nemmeno incontrati. Io a diciassette anni sono partito con la curiosità di fare nuove esperienze e conoscere nuove persone osservandole, parlandoci e guardandole negli occhi. Insomma, avevo fame di più realtà da vivere con tutto me stesso e non di energie e di un’anima da disperdere e affogare nella navigazione in rete.”
A mio avviso scrivere un memoir richiede tanto coraggio perché significa anche svelarsi, mettersi a nudo. Come hai vissuto questa pubblicazione? Hai avuto qualche modello di riferimento?
“In effetti nel romanzo rivelo alcune mie debolezze e ossessioni adolescenziali. Ma vado oltre. Mi metto a nudo (e nudo è forse il termine adatto) raccontando fin nei particolari della mia “prima volta”. Sì, quella “prima volta” in cui ho fatto sesso completo. Non è stato a pagamento ma non è stata nemmeno un’esperienza romantica. Lei, una francese, era dieci anni più grande di me. Tu dici che ho avuto coraggio a scrivere questo memoir. Io dico che non c’era bisogno di coraggio. In realtà mi sono divertito molto a scriverlo prima e a leggerlo dopo. Sarà perché un po’ di incoscienza adolescente, per fortuna, cova ancora dentro di me. Modelli di riferimento? Prima di iniziare a scriverlo mi sono riletto per la quinta volta Il giovane Holden di Jerome David Salinger.”
Tarasco è stato bibliotecario e la sua è stata una delle firme più brillanti del Quotidiano del Sud, nei primi anni Duemila. Ha scritto anche per Roma e La Nuova del Sud. Ha pubblicato La morte stanca (Alcheringa Edizioni, collana I Quarzi Neri).
Rossella Montemurro
