“Sono un elenco di ossa. Piena di vene, ricoperta da uno strato sottile di pelle moscia collassata, serpentesca, tempestata da ombre radenti. Il bacino è scavato, le creste iliache sono due fossili emersi da un corpo preistorico.”
Arrivare a pesare 31 chili. Non mangiare, mangiare male, mangiare troppo: Marzia queste fasi le ha vissute tutte. Non è un’adolescente – è nelle adolescenti che nell’immaginario collettivo possono esserci disturbi alimentari – ma una donna di poco più di 40 anni che aveva iniziato a vedersi “espansa” malgrado fosse bellissima, un “surrogato” di J.Lo, “un metro e settanta, una sexy taglia 44 di massa magra e sano strato di adipe”, non un filo di cellulite, solo muscoli e carne soda. Ma quando i jeans non le entrano più e la bilancia segna 64,3 va in crisi. Le cosce troppo grosse, lo stigma della società che impone la magrezza. La danza, i provini, il conto delle calorie, l’implacabilità verso sé stessa…
È iniziato tutto in modo innocuo, dal desiderio di perdere qualche centimetro sulle cosce un’estate in cui lo sguardo degli altri le era sempre addosso e il suo, di sguardo, era sempre addosso alle coetanee. Basta moderarsi durante i pasti, fare qualche rinuncia.
È una discesa agli inferi narrata con una voce lucida e ipnotica Storia della mia fame (66thand2nd) il memoir di Francesca Marzia Esposito sul lento incedere nella spirale dell’anoressia.
“Non faccio la fame, almeno non lo è per me, mi sento sempre piena, invasa dal cibo. Non ci tengo a digiunare, non sono stupida, non sono una ragazzina, sono solo una tizia ossuta in difficoltà, col mondo, con le emozioni. Cercavo un po’ di tregua, un po’ di insensibilità. Credo sia stato un modo di sabotare i doveri a cui mi sono attenuta per troppo tempo. Una sorta di abdicazione come forma di salvezza.”
Non si autoassolve ma si giudica, e spesso è un giudice inflessibile. Descrive sensazioni e situazioni in maniera vivida, senza filtri né pudore e in certe pagine il ritmo sostenuto della narrazione sembra quasi uniformarsi alla sua smania di dimagrire, nonostante tutto. Il cibo è un pensiero costante, un desiderio che non si placa ma che non si asseconda.
“La vita è fatta di cicli, non ha senso pensare a un’eterna fissità. Non so nemmeno se ci sarà completa guarigione per una come me che ha avuto a che fare con il disturbo per così tanto. Se sei una ragazzina è più semplice riacciuffarti. Ma come smuovi una donna adulta che volontariamente si è lasciata andare alla deriva per dieci, quindici, vent’anni? Il disturbo si incancrenisce, diventa un tratto della personalità. È un processo di beatificazione che poi alla fine rimane in circolo, anche se risali di peso, anche se riprendi ad avere un po’ di ciccia sulle ossa”.
Da leggere, assolutamente.
Francesca Marzia Esposito vive a Milano e lavora come editor freelance. Laureata al Dams di Bologna, ha conseguito un master in Scrittura per il cinema all’Università Cattolica di Milano. Ha esordito nel 2015 con il romanzo La forma minima della felicità (Baldini & Castoldi), cui sono seguiti Corpi di ballo (Mondadori, 2019) e il saggio narrativo Ultracorpi (minimum fax, 2024). Nel 2025 ha pubblicato Materiali resistenti con HarperCollins Italia, con cui ha vinto la prima edizione del premio Vera Slepoj.
Rossella Montemurro
