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Si può cambiare l’IRC senza toccarne la confessionalità? Un’analisi del prof. Incampo

Dopo il convegno Per una convivialità delle differenze, tenutosi il 6 ottobre alla Sapienza con oltre 300 partecipanti, tra presenze e collegamenti a distanza, il dibattito sull’insegnamento della religione cattolica (IRC) torna a una domanda semplice: si può cambiare l’IRC senza toccarne la confessionalità? La risposta, guardando al quadro giuridico, è no. L’IRC non è una materia di cultura religiosa in senso generale. È l’insegnamento della religione cattolica, previsto dall’Accordo di revisione del Concordato del 1984. Con quell’Accordo lo Stato si impegna ad assicurarlo nelle scuole pubbliche non universitarie, riconoscendo il valore della cultura religiosa e il fatto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano. 

È l’aggettivo «cattolica» a rendere l’IRC un insegnamento concordatario. Senza di esso, l’obbligo assunto dallo Stato verso la Santa Sede non avrebbe oggetto. Da questa premessa discendono i tratti che il Gruppo di Studio dell’ISE di Venezia, autore del rapporto consegnato alla CEI nel novembre 2025, considera problematici.

I contenuti sono definiti d’intesa con l’autorità ecclesiastica, e gli insegnanti devono ottenere l’idoneità dall’ordinario diocesano.

Poiché l’insegnamento è confessionale, lo Stato deve tutelare la libertà di coscienza: ciascuno può quindi scegliere se avvalersene o meno.

Separazione degli studenti. È l’effetto della facoltatività. Proprio nell’ora dedicata alle religioni, osserva Filippo Binini, docente IRC e membro del Gruppo, i ragazzi vengono divisi in base alle convinzioni o alle scelte familiari.

Per Binini la confessionalità è «il problema alla radice». Da essa derivano anche la marginalità curricolare, con una valutazione che non concorre alla media, e l’ambiguità del ruolo del docente. Se la confessionalità è il perno, rinnovare i contenuti o le metodologie didattiche tocca solo la superficie. È questa la ragione per cui il Gruppo parla di «superare» il modello. Una disciplina laica, comparativa e rivolta a tutti, senza idoneità ecclesiastica e senza facoltatività, sarebbe un’altra cosa: non più IRC concordatario, ma un insegnamento pubblico di storia e conoscenza delle religioni.

La Nota pastorale della CEI dello scorso anno riconosce i profondi mutamenti della società italiana, ma conferma l’impianto attuale. Dal Gruppo viene la lettura opposta: proprio quei mutamenti dovrebbero spingere a ripensarlo. Binini ricorda come oggi molti studenti non si avvalgano dell’IRC non per ragioni di coscienza, ma per entrare più tardi o uscire prima.

Il Concordato è un vincolo, ma non un alibi per fermarsi. Dal convegno sono emerse alcune ipotesi che, ammettono i promotori, richiedono approfondimenti giuridici e confronto politico:

affiancare all’IRC una disciplina pubblica dedicata alla conoscenza delle religioni;

valorizzare nell’educazione civica percorsi sul pluralismo religioso; avviare percorsi sperimentali interreligiosi rivolti all’intera classe; istituire un tavolo con CEI, Ministero dell’Istruzione, esperti e docenti; promuovere la formazione ecumenica e interreligiosa degli insegnanti.

Al convegno, ha notato lo stesso Binini, mancavano proprio i soggetti che possono avviare il cambiamento: lo Stato e la Chiesa cattolica. La spinta, per ora, viene dal basso, e in sala c’erano moltissimi insegnanti di religione.

Resta il punto di partenza: finché l’IRC è concordatario, è confessionale. La discussione, secondo i promotori, si è spostata da «se cambiare» a «come cominciare a cambiare». Ma la risposta passa inevitabilmente da una scelta politica e istituzionale, non da un semplice aggiornamento didattico.

Nicola Incampo

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