“Forza. Devi essere forte. Tu sei forte!” Le parole possono essere un balsamo o possono diventare pietre. Si fa presto a giudicare qualcosa dall’esterno, senza esserne coinvolti. Si è in buona fede, certo, si è convinti di star facendo la cosa migliore esortando, scuotendo. Quelle parole, per la mamma di un bambino autistico, sono un boomerang: noi siamo forti, abbiamo una forza sovrumana. Quello che non abbiamo, invece, è una rete che possa sostenerci nelle svariate circostanze che, per forza di cose, non possiamo più gestire. La forza, da sola, non basta se non abbiamo più un briciolo di vita “altra” rispetto alle cure infinite che diamo. È una forza fine a sé stessa perché non abbiamo più slancio né entusiasmo. Non abbiamo valvole di sfogo, non abbiamo più un lavoro (come potremmo, assorbite H24 siamo state costrette a lasciarlo), siamo annullate in una dimensione di cura perpetua.
Concita Di Gregorio, in un articolo significativo sui caregiver su D di Repubblica, qualche settimana fa ha scritto: “Chi accudisce chi accudisce?” Quello che sulle prime sembra un gioco di parole, uno scioglilingua, è una domanda che ha una sola risposta: “Nessuno”.
Forza e pazienza sono qualità che a noi non mancano. Di sostegno, invece, quello di cui avremmo bisogno come l’aria, c’è un vuoto assoluto.
