
In merito alla chiusura del Festival Duni di Matera, pubblichiamo l’intervento del giornalista, scrittore e docente universitario Michelangelo Iossa che, nel corso della sua carriera, ha firmato biografie di leggende della musica:
La notizia della chiusura del Festival Duni di Matera — annunciata con un laconico “closed” su Facebook dal M° Saverio Vizziello, che per oltre un quarto di secolo ne è stato l’ispiratore, il motore instancabile e il vero deus ex machina — sorprende, rattrista e ‘sconcerta’.
Questa parola, sopra tutte le altre, mi viene in mente in queste ore: ‘sconcerto’.
L’italiano è lingua meravigliosa e profonda; le parole, se le si sa ascoltare, raccontano sempre la verità. ‘Sconcertare’ deriva dall’unione del prefisso privativo ‘s-‘ e del verbo ‘concertare’ (dal latino ‘concertāre’). Significa, all’origine, trovare un’intesa, accordare strumenti diversi, costruire una visione comune per far suonare insieme un’orchestra. L’aggiunta di quella piccola «s» iniziale ribalta tutto: ‘sconcertare’ significa letteralmente rompere l’accordo, guastare l’armonia, mandare all’aria un progetto pazientemente edificato.
Ecco: la parola «sconcerto» non descrive soltanto il nostro stato d’animo. Descrive esattamente ciò che è stato fatto a questa rassegna.
Il Festival Duni aveva compiuto 26 anni. Ventisei anni in Italia non sono una semplice ricorrenza: sono un’impresa eroica. Era ormai una delle realtà più longeve, autorevoli e consolidate del panorama della musica antica nel nostro Paese, con un respiro internazionale testimoniato dall’affiliazione al prestigioso REMA (Réseau Européen des Festivals de Musique Ancienne). Dedicato al grande compositore del XVIII secolo Egidio Romualdo Duni, il festival non era solo una successione di concerti: era un presidio di civiltà.
Spegnere il Festival Duni significa privare Matera — una delle capitali più affascinanti e ferite della bellezza italiana — e l’intera Basilicata di una voce fondamentale. Ma significa anche impoverire l’Italia e l’Europa intera di un cuore pulsante dell’Italia mediterranea.
Personalmente, conoscevo da sempre, per fama, il valore di questo progetto. Negli ultimi anni ho avuto il privilegio di ‘vivere’ il festival e i suoi luoghi da vicino, e posso testimoniare quanta passione, rigore ed eleganza vi fossero custoditi. Per questo desidero inviare un abbraccio affettuoso e partecipe al M° Saverio Vizziello e a Dinko Fabris, musicologo raffinatissimo e mentore di innumerevoli iniziative culturali in tutto il Paese.
Forse è proprio questo che chiede la contemporaneità? Politiche distratte e miopi, territori programmaticamente impoveriti del loro nutrimento immateriale, e la musica che, alla fine, si rassegna a tacere?
Se la risposta è sì, allora abbiamo un problema serio. Un vero, profondo, doloroso sconcerto.
